Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Storia della legislazione sul controllo delle armi - I fatti di Terrazzano

Sovente per valutare la regolarità giuridica di un’arma occorre conoscere il regime giuridico delle armi in passato; cosa non sempre facile perché le leggi abrogate spariscono dalle raccolte o ne vengono riprodotte solo versioni manipolate con gli aggiornamenti.
Può quindi essere interessando ripercorrere  le vicende storiche che hanno portato al controllo delle armi.

Dal 1859, data del primo Codice penale italiano, al 1926 l’acquisto e la detenzione di armi  è sempre stata lecita senza bisogno di alcuna autorizzazione o denunzia. Era regolato il porto di armi con licenza prefettizia, con esclusione delle armi insidiose. Secondo il disposto dell'art. 455 erano considerate come armi insidiose gli stiletti, i pugnali, gli stocchi, le spade o sciabole in bastone; i coltelli fusellati, le pistole corte la cui canna non oltrepassi i centosettantuno millimetri in lunghezza misurata internamente, i tromboni, le pistole fatte a trombone, gli schioppi o pistole a vento, i pistoni, schioppi o carabine snodati o divisi in più pezzi e gli schioppi a foggia di canna o bastone. Il legislatore dell’epoca, indubbiamente padre del nostro (anche se nessuno può garantire per le madri) dette una definizione tanto opinabile delle armi insidiose da creare solo mezzo secolo di lavoro alla  “Corte di Cavillazione”.
Nel 1926 esce la prima versione del T.U, delle Leggi di P.S. in cui si introduce il sistema del registro di PS in cui vanno annotate le cessioni di armi da parte degli armieri e l’obbligo di identificare l’acquirente mediante un documento di identità.
Nella versione definitiva del 1931 viene introdotto anche l’obbligo di denunzia delle armi. È chiaro che per gli odierni funzionari ministeriali i fascisti di allora erano degli irresponsabili faciloni che non sapevano nulla di pubblica sicurezza; sarà perché quelli avevano ottenuto il posto per meriti di combattimento e non per meriti sindacali!
Le sanzioni per il porto e la detenzione illegali sono contenute nel Codice Penale del 1930 uscito quasi in contemporanea.
Tutto fila liscio come l’olio e nessuno sente il bisogno di mutamenti, neppure dopo l’invasione di armi lasciateci dalla guerra civile, quando il 10 ottobre 1956 a Terrazzano alle porte di Rho, sulla strada che da Milano va verso Varese, due giovani malati psichici, emigrati dal Polesine, entrano nella scuola elementare e sequestrano 97 bambini e tre maestre, dichiarano di avere esplosivo, pistole, acidi, minacciano una strage e chiedono 200 milioni di lire per  liberare gli ostaggi. In effetti avevano solo una pistola e non l’avrebbero mai usata sul serio.
Un loro compaesano Sante Zennaro, di 23 anni, che li conosce bene e sa che basta prenderli per il verso giusto,  propone di entrare usando una scala a pioli da una finestra posteriore; la proposta viene accettata dai Carabinieri e quindi parte accompagnato da un vigile del fuoco, un carabiniere e un detective quarantenne, Tommaso Ponzi, che diventerà famoso con la sua agenzia investigativa.
A quel punto la vicenda prende una piega da comica di Totò, ma finisce purtroppo in una assurda tragedia, per colpa della polizia. È noto che in Italia quando vi è un fatto grave intervengono  Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza (ora anche forestale e protezione civile), corpi che si intralciano a vicenda, specie se ci si può guadagnare qualche immagine in TV. All’epoca ero noto che ogni colpi basso era permesso pur di arrivare primi.
A Terrazzano si verificò proprio uno dei primi interventi in diretta della TV, con l’ovvia enorme risonanza emotiva, e la polizia si lasciò prendere dall’ansia di intervenire nella  paura che i carabinieri potessero prendersi il merito dell’operazione.
La piazza del paese sembra il giorno del mercato. Polizia, carabinieri, polizia stradale, pompieri, soldati, preti, giornalisti, fotografi, neurologi, psichiatri, artificieri, radio, cronisti, gente; tutti parlano e tutti dicono la loro. Decine di camionette con agenti in elmetto sostano lungo le stradine in terra battuta che seguono i fossi intorno ai campi; semmai avrebbero dovuto sgomberare la pizza e isolare la zona.
Nella piazza c’è la polizia col questore: è lui che deve decidere qualcosa e chiaramente non sa che pesci prendere. Viene convocato un cecchino, ma i dubbi giuridici bloccano il suo impiego: in Italia neppure ora abbiamo un protocollo di intervento che tuteli lo sparatore da inconsulte accuse del PM di turno!
Verso sera, dopo sei ore, sono  i due matti a dimostrare di saper pensare meglio del questore e di avere a cuore i bambini, e sono loro a dover chiedere materassi di gommapiuma per far passare la notte ai bambini e i vasini per i loro bisogni.
Come già detto, poco prima Sante Zennaro si è già messo d’accordo con i carabinieri e ha deciso di entrare; sale per primo, sicuro del fatto suo; si trova di fronte uno dei due fratelli e inizia a trattare; la maestra veronese Paola Susini cerca di bloccare l’altro fratello e pare che qualcuno gridi. La polizia, di sua iniziativa, senza che vi fosse nessuna urgenza, come colta da un raptus, irrompe nella scuola; arrivata all’uscio barricato, si mettono in quattro a dare spallate, riuscendo a far poco. Nel frattempo i sequestratori avrebbero potuto fare una strage se già non fossero entrati i civili dall’altro lato; infine riescono ad aprirle la porta  e un agente spara una raffica  di mitra contro le ombre davanti alla finestra senza neppure chiedersi se per caso non potessero essere le maestre: Sante Zennaro resta ucciso, il carabiniere e il pompiere feriti. Subito dopo Ponzi blocca l'altro sequestratore; il che dimostra come la situazione avrebbe potuto benissimo essere risolta con un minimo di calma e buonsenso.
Il ridicolo emerge dalla serie di fotografie che a centinaia, scattate da decine di fotografi, raccontano le fasi conclusive. Si vedono, a cose finite, calare perigliosamente bambine dalla finestra, come non potessero venir fatte uscire dalla porta. Si vedono agenti arrampicarsi ancora sulla scala a pioli con rischio di precipitare a mucchio con i mitra a colpo in canna, marescialli gesticolare dalle finestre con le pistole in pugno.
 
Uno dei due fratelli venne internato in manicomio, l’altro, considerato solo seminfermo di mente, venne condannato a 5 anni di carcere.
Un curioso episodio giudiziario si innesta sulla vicenda; quando nel 1962 uscirà dal carcere viene arrestato e condannato con l’accusa di aver ucciso e bruciato il padre  solo sulla base delle dichiarazioni di un altro squilibrato noto con il nome di Cacciaballe! Dovrà andare a farsi assolvere in appello, ma il fatto dimostra come i guai della giustizia siano molto più antichi di quanto immaginiamo: ma come si fa a basare una condanna solo sulle dichiarazioni di uno noto come il Cacciaballe?
Ma torniamo alla vicenda: per parecchi giorni la polizia  rifilò ai giornali la falsa informazione che a uccidere Sante Zennaro era stato era stato uno dei sequestratori e solo di fronte alle insistenze dei testimoni e ai troppi fori sui corpi, dovette ammettere la verità.  Per salvare un po’ di faccia il Presidente della Repubblica Gronchi si affretta a dare una medaglia d’oro alla memoria a Sante Zennaro. Non per questo lo Stato finisce di fare figure di cacca: la vittima manteneva con il suo stipendio di operario i genitori invalidi e otto fratelli e lo Stato offre agli eredi, come risarcimento, due annate di stipendio. Seguiva il caso, come sottosegretario alla Presidenza, Oscar Luigi Scalfaro che forse proprio allora coniò il suo motto “io non ci sto!”.

Un qualsiasi ministro dell’interno il giorno dopo il fatto avrebbe dato le proprie dimissioni che sarebbero state accolte a furor di popolo. Ma il ministro è di ben altra idea (pare fosse Tambroni) ed ha pronta la soluzione per salvare la poltrona: promette un immediato freno alla vendita delle armi e il 22 novembre 1956 viene emanato il decreto legge con cui:
- si stabilisce che le armi possono essere vendute solo a chi ha una licenza di porto d’armi o un apposito nulla osta
- si stabilisce che il questore può richiedere un certificato di sanità mentale (nota bene: i due sequestratori erano già ampiamente noti alla PS come malati di mente!).
Così, invece di disarmare i poliziotti, come richiesto dalla logica dei fatti,  la legge iniziava l’operazione, mai più sospesa, di disarmare i cittadini con le carte da bollo e introduceva il nulla osta per l’acquisto delle armi, ivi comprese  quelle antiche e quelle bianche (nessuno aveva pensato che anch’esse erano armi!). Solo per le lamentele degli armieri si esentava da bollo la domanda per il nulla osta.
Unica eccezione (abolita in seguito dalla legge 110/1975) viene fatta per l’acquisto di armi ad aria compressa, che rimangono acquistabili con la carta di identità.
Purtroppo all’epoca era normale (anche per i giudici) chiamare le armi ad aria compressa come “armi Flobert” e ancora adesso si trova chi, incolpevolmente, ritiene che all’epoca anche le  vere armi da fuoco Flobert fossero di libero acquisto.
Sia chiaro che dal 1931 tutte le armi (comprese quelle antiche e quella bianche) sono state soggette a denunzia e che le armi ad aria compressa sono le uniche che fino al 1975 hanno potuto essere acquistate solo esibendo un documento di identità. Per il resto il regime giuridico è sempre stato identico per ogni tipo di armi proprie.
Sulla base di decisioni ministeriali del 1952 non si consideravano armi certi giocattoli ad aria compressa inidonei ad offendere perché destinati a sparare solo proiettilini di gomma; potevano essere venduti anche dai negozi di giocattoli.
Per le armi ad aria compressa, mancando il passaggio al Banco di Prova, non era previsto l’obbligo della matricola. Questo venne introdotto dalla legge 110/1975 e l’immatricolazione doveva avvenire entro il 30 settembre 1984.

Il 2 ottobre 1967 viene emanata la legge  nr. 895 sul controllo delle armi da guerra che poi, con legge 14 ottobre 1974 nr. 497, viene estesa anche alle armi comuni. Non vi erano cambiamenti di sostanza, ma solo rilevanti inasprimenti delle pene.  Non è chiaro perché si sentisse proprio nel 1967 l’esigenza di inasprire le pene per le armi da guerra; unico fatto rilevante dell’epoca era la scoperta di un piano di colpo di stato in cui un gruppo di forestali armati della loro pistoletta cal. 7,65 e con un camioncino carico di concime chimico ai nitrati avrebbero dovuto occupare il Viminale! Invece l’inasprimento delle pene nel 1974 era dovuto al nascere del terrorismo politico.

È però chiaro che queste leggi servirono a ben poco: i matti continuarono ad uccidere, con armi, con strumenti, con le mani, perché sono essi che vanno controllati e non le armi; i criminali continuarono a essere forniti di armi in abbondanza perché chi vuol fare i soldi in modo criminale, non si spaventa davvero per la pena aggiuntiva prevista per le armi e le trova con facilità (se le nostre pene avessero davvero capacità deterrente, non si dovrebbe trovare in giro neppure un grammo di droga); i terroristi, bene riforniti dall’estero o da associazioni mafiose  fecero la loro stagione senza alcun problema di trovare armi ed esplosivi.
Arrivò infine la legge 18 aprile 1975 n. 110, ma questa la conosciamo bene.

 


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