Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Ricordi a margine del convegno di Leeds (Romano Schiavi)

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Un giorno di qualche anno fa, un finanziere un po’ depresso, portò suo figlio in bagno e l’uccise con un colpo della sua mod.34 d’ordinanza. Poi, rivolse l’arma su se stesso e si suicidò. Nella seconda metà degli anni ottanta, c’erano già i laboratori di polizia in possesso di un microscopio elettronico ritenuto capace di rilevare i residui di sparo e di identificare chi avesse sparato in maniera infallibile al pari della ricerca del DNA di oggi. Nel caso, siccome pareva ci fossero dissapori fra il suicida e la moglie, i primi investigatori fecero gli stub (tampone adesivo) per il prelievo delle tracce di sparo nella mano del morto, senza potergli chiedere, proprio perché era morto, se fosse destrimane o mancino e sulle due mani della moglie e del suocero. Poiché gli stub erano risultati tutti positivi i due vennero incriminati per la possibilità che fossero stati loro stessi, in combutta fra loro, ad organizzare il crimine. In quel momento, ero ben informato sulle ricerca dei residui di sparo attraverso le particelle di piombo antimonio e bario presenti nell’innesco delle cartucce, essendovi arrivato subito dopo il prof. Morin e grazie a lui che lo aveva già fatto con le apparecchiature esistenti presso i mastri vetrai di Murano prima di introdurre in Italia la prima specifica attrezzatura per il laboratorio presso la Procura di Venezia in cui io stesso lavoravo.  Personalmente, avevo già seguito e criticato i due sistemi precedenti (guanto di paraffina e attivazione neutronica) e ritenevo che neanche il nuovo potesse rappresentare la “machina” che risolveva le situazioni, come il “Deus” delle commedie di Plauto. Nel caso, in effetti, non fu necessario un esame tecnico dei risultati, ma applicare soltanto il buon senso. “Non vi pare”, dissi, “che a fronte di due colpi sparati, cinque mani positive siano troppe?” Difatti, risulterà poi, che la moglie del suicida aveva raccolto la pistola e posata su un ripiano mentre il suocero aveva raccolto il bambino per un disperato tentativo di soccorso. Nel caso si era verificato un fenomeno di trasmigrazione dei residui che solo dopo una decina di anni verrà riconosciuto, esagerando in senso opposto, perché una possibilità di contaminazione, non è una prova di non colpevolezza tout court, senza altre prove o altre indagini. Mi capitò una volta, di vedere sospesa per lungo tempo un indagine su due persone perché rilevata una possibilità di trasmigrazione dei residui di sparo dovuta al fatto che avevano dichiarato di aver toccato la vittima, che non fu poi possibile riprendere efficacemente, su richiesta dei parenti della vittima stessa, visto il tempo trascorso. In questo frattempo, comunque, bastava che venisse trovato un residuo anche soltanto con uno o due dei componenti presenti nell’innesco per essere dichiarati sparatori. A Milano, un pomeriggio, fu ucciso un tale in una strada. I CC, prontamente accorsi, fecero delle indagini ed arrivarono ad un conoscente della vittima che, secondo la moglie dell’ucciso, avrebbe avuto la sera prima, un alterco con lui. Passato un po’ di tempo, probabilmente per avere le necessarie autorizzazioni, i CC arrivarono a casa del “conoscente” e lo portano in caserma per fargli i prelievi sulle mani. Erano le cinque del mattino, dodici ore esatte dal fatto e l’indiziato aveva cenato, fatta la doccia ed andato a dormire. Lo “stub” (tamponatura con lo stub), eseguito su entrambe le mani, rivelò la presenza di un residuo di tipo giudicato “esclusivo”, prova inconfutabile dell’omicidio e meritorio della immediata incarcerazione dell’indagato che ce lo aveva addosso, in attesa del processo. Ma il poveretto, nel senso reale della parola, non aveva soldi e gli fu pertanto affidata la difesa d’ufficio da parte di un’avvocatessa disoccupata e di un consulente d’ufficio da me rappresentato, per compiacere un ex maresciallo dei CC che aveva suggerito il mio nome alla stessa “avvocata”. Il processo fu davvero una barzelletta perché quando deposi per dire che non era possibile che il residuo trovato sulle mani dell’imputato e unica prova del fatto, fosse attribuibile ad un suo sparo per via del decadimento dei residui e della possibilità di contaminazione durante il trasporto in una macchina dei CC e la sua permanenza in caserma: nessuno mi stava a sentire o a registrare il mio dire, anche se portavo a testimonianza l’importante fatto di un finanziere, con la cui arma era rimasto ucciso un collega al posto di frontiera di Trepalle, trovato positivo dopo essere rimasto per cinque giorni consegnato in Caserma. Le mie alzate di voce o i colpi di tosse o le battute di piedi per attivare l’attenzione, erano assolutamente inutili viste le certezze acquisite sull’infallibilità del sistema e la scarsa importanza che può avere un consulente in una difesa d’ufficio. Ai piacevoli conversari fra giudice, PM e l’Ufficiale si era aggiunta anche l’avvocato della difesa che non spenderà poi nulla in difesa dell’assistito se non un appello alla clemenza da parte del giudice. Naturalmente, l’imputato fu condannato all’ergastolo e non potei far niente perché l’avvocato, di cui non ricordavo il nome, non si è fatto più vivo, forse perché mi doveva quel poco che si dà ad una consulenza d’ufficio per un disgraziato senza soldi.
Come dicevo, poi le cose sono cambiate in modo talmente radicale, da far diventare, il sistema di indagine stesso, addirittura un intralcio alle indagini, quando limitato alla sola ricerca strumentale dei residui.
Ad aumentare la conoscenza riguardante il sistema SEM / EDX (microscopio elettronico – Sonda EDX) fu il processo relativo alla morte di Marta Russo dove confluirono tanti studiosi a discutere per un residuo, che non avrebbe neanche consentito di legarlo con certezza all’omicidio, ma che portò a risultati inimmaginabili per chi riteneva infallibile il sistema. Si trovò  che i tre componenti fino allora esclusivi e quindi inconfutabili della sparo, potessero essere anch’essi dovuti a contaminazione ambientale e che occorressero altri studi sulla morfologia e sulla formazione di tali residui durante lo sparo (alcuni freni di vettura contenevano gli stessi componenti di un innesco secondo Gentile-Morin e, poi, Torre) ed un esame molto più attento del prodotto della macchina (il microscopio) e di altri elementi che facevano da contorno a quelli ricercati, al fine di determinare l’esatta origine di un residuo ternario. Personalmente, non partecipai al processo anche perché fui chiamato ad una seduta di “telefono giallo” che avrei dovuto rifiutare perché avvisato qualche giorno prima, non esattamente informato dei fatti e non disponibile ad avvallare i pregiudizi del conduttore, nonché ormai demotivato. Fui chiamato, invece, in margine al processo di uno dei consulenti della difesa accusato di un falso in perizia, assolto, ma che avrebbe dovuto essere condannato esclusivamente per la sua presunzione. Di Marta Russo e della evoluzione che ha portato il processo ad essa relativo sulla teoria dei residui di sparo, ho seguito comunque tutto perché periti e consulenti mi hanno inviato i loro lavori che mi sono stati utili una sola volta viste le mie ormai sporadiche presenze in Tribunale.
Perché ho scritto tutto questo? Perché mi trovo in Inghilterra a un convegno della Forensic Science Society, in cui si parla ancora di residui di sparo. Un ripensamento? No, assolutamente. Mi sono trovato nell’occasione di essere invitato e andato per curiosità: la curiosità di sapere se si possa dire ancora qualcosa sui residui di sparo che non serva esclusivamente a confondere le idee e a non far riconoscere più i residui di sparo, anche quando realmente presenti, ad operatori normalmente non forniti di profonda cultura in proposito. Di nuovo, a Leeds, un intervento su recenti tipi di innesco che non ho potuto ancora seguire, ma che, in alcune righe presentatemi, ho potuto apprezzare solo l’assoluta mancanza di correttezza dei termini applicati alle armi, nonostante la presenza di un “presentatore” militare. Per il resto ho comunque trovato rimarchevole la teoria di un brillantissimo italiano (Nunziata) sulla formazione dei residui di sparo che rappresenta forse la vera novità in quanto ho sentito. Anche se, ormai, l’era del Piombo Bario e Antimonio sta per finire. Le ditte costruiscono già cartucce con inneschi privi di metalli pesanti e occorrerà presto, cominciare daccapo, con pari difficoltà, perché la terra rara immessa nell’innesco per identificare lo sparo, non è poi così tanto rara. Ma senza di me.

 


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