Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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I fatti di Rignano - Il prevedibile epilogo

Già nel mio scritto del novembre 2011 sulle scienze forensi avevo annunziato quale sarebbe stato il risultato del processo di Rignano, ovvio per chi non crede alla ciarlataneria di certa psicologia e per chi sa quanto i PM siano incapaci di ragionare in termini scientifici e come si affidino al primo perito che trovano.
E già nel maggio 2007, riferendomi ad altri molti casi analoghi, avevo pubblicato il seguente articolo.

Psicologia e giustizia (Rischi e limiti delle indagini su abusi sessuali)
""" Vi sono dei reati che per certi pubblici ministeri e giudici sono come il fazzoletto rosso per il toro. Bastano le parole armi o pedofilia per scatenare comportamenti inconsulti, come avveniva alle parole eresia o stregoneria con gli inquisitori, e per farli correre a serrare premature manette ai polsi di innocenti. E si assiste a suggestioni collettive tipiche da caccia alle streghe o agli ebrei; sembra che l’ultima cosa che li preoccupi sia quella di poter rovinare psicologicamente e finanziariamente una persona innocente e scavalcano con scioltezza ogni ostacolo processuale, primo fra tutti quello molto categorico per cui non si può mettere in carcere (e quale carcere, dove uno è mescolato a delinquenti patentati, soggetto a violenze di ogni tipo!) neppure un omicida se non vi sono esigenze cautelari concrete. Ma non è un grande ostacolo perché con le parole si può motivare tutto; basta dire che vi sono ancora delle indagini da svolgere che potrebbero essere inquinate (anche se le indagini potevano tranquillamente essere fatte prima), ed il gioco è fatto. In realtà le manette sono diventate un moderno mezzo di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, ha diritto di tacere!
Queste reazioni inconsulte sono quasi sempre accompagnate da grande ignoranza. Quella in materia di armi è fisiologica perché chi le respinge ovviamente non può intendersene; e così fa di ogni erba un fascio ed equipara l’innocuo collezionista di vecchie armi con chi le armi le tiene per fare rapine.
Molto peggiore e preoccupante è l’ignoranza in materia di psichiatria e psicologia per cui, di fronte ad ogni accusa di abusi su minori, per prima cosa si prende il minore e lo si affida ad uno dei tanti psicologi che fanno i periti per i tribunali. Ricordo per chi non lo sapesse che l’essere iscritto all’albo dei periti non garantisce assolutamente la bontà del perito (e non lo garantisce neppure il fatto di essere comparso in televisione!).
Vi posso assicurare che in quarant’anni di professione ne ho viste di tutte: padri gettati in carcere e privati dei figli perché la moglie, che voleva divorziare, lo accusava di abusi sul figlio, dichiarazioni di isteriche con manie sessuali prese per buone sebbene intrinsecamente inattendibili, bambini presi e manipolati fino a far dir loro ciò che sosteneva l’accusa, ecc. ecc.
Il fatto è che gli psicologi non hanno alcun diritto ad entrare in un processo penale.
I giudici quando devono ricorrere ad un consulente tecnico hanno bisogno di ottenere risposte in termini di certezza e non opinioni. Anche in quelle materie, come la medicina, in cui non sempre si può dare una risposta dimostrabile con criteri scientifici, occorre che il CTU possa affermare che la sua risposta corrisponde a ciò che al momento si ritiene corretto a livello universitario e "allo stato dell'arte". Al giudice non interessano pareri basati sull’esperienza e sull’intuito del perito, perché sono fattori incontrollabili. In psicologia manca una dottrina generale universalmente accettata e quindi la psicologia non arriva ancora al necessario livello di risposta utile ed è ben difficile poter effettuare un controllo logico su come il perito è giunto al suo convincimento: il giudice finisce per giudicare in base alla parola del perito; se poi lo ha nominato perché è un suo amico, se ne fida ciecamente. La psicologia nel suo corso di studi richiede più che altro  un apprendimento mnemonico e quindi non è una facoltà universitaria che sviluppi molto lo spirito speculativo e la metodologia scientifico-sperimentale;  perciò è facile incappare in periti, forse buoni psicologi e pieni di buona volontà, ma del tutto incapaci di adeguarsi al metodo della prova giudiziaria e di distinguere fra le loro fantasie e le prove.
L'esperienza insegna che quando ci si è affidati a psicologi per accertamenti su minori supposte vittime di pedofilia, i risultati sono stati tragici per la incapacità dei periti di operare in modo speculativo, "con il lume della ragione"; tanto che molti giudici si sono fatta la convinzione che troppi psicologi hanno più problemi esistenziali dei loro pazienti (quasi tutti abbiamo di questi problemi, ma lo psicologo li trasferisce sugli altri o li ricerca negli altri) e sono indotti a vedere “colpevoli” in chiunque.
Se si potesse fare una indagine sui libri letti dai magistrati penalisti si resterebbe probabilmente molto turbati; provate a chiedere ad un magistrato di citarvi qualche opera di medicina legale o di psichiatria o di scienze forensi o di infortunistica stradale o di metodologia di indagine e di interrogatorio, e vedrete che ben pochi sanno almeno citarvi un titolo. Come è possibile allora che un giudice possa dirigere una indagine su abusi su minori o su violenze sessuali se ignora:
- che il fanciullo può essere facilmente influenzato da domande suggestive a cui può rispondere affermativamente solo per compiacere chi lo interroga (sono suggestive le domande in cui si dà per implicito che certi fatti siano già provati; ad es. chiedere “Tizio ti ha fatto del male?” quando ancora non si ha la certezza che proprio di Tizio si tratta);
- che il fanciullo può riferire come ricordi propri, storie che ha sentito dai suo coetanei;
- che il fanciullo può attribuire un abuso subito da una persona ad una persona diversa;
- che le tecniche tanto amate dagli psicologi, come il far disegnare il bambino, richiedono poi un tale intervento interpretativo da parte dello psicologo da essere totalmente inaffidabili. Certo, una persona molto intelligente e preparata può ricavarne degli indizi, ma la nomina a perito non fa diventare intelligente chi non lo è;
- che uno psicologo può essere esperto in psicologia, ma non in bambini;
- che ogni intervento sul minore deve essere registrato per controllare poi ogni possibile causa di inquinamento;
- che i genitori sono i più pericolosi suggestionatori dei figli e che la suggestione avviene in modo incontrollabile (ad es. quando essi parlano fra di loro in presenza del figlio);
- che in materia di abusi sessuali tra adulti, la calunnia è frequentissima;
- che non è vero, come credono alcuni sciocchi psicologi, che ogni disturbo del comportamento abbia origine in traumi sessuali. Vi è chi diventa matto per una violenza sessuale e vi è chi sogna violenze sessuali perché è matto!
- che vi sono casi di isteria sessuale in cui la donna riversa su di un uomo i suoi desideri sessuali e poi lo accusa di ogni tipo di molestie e perversione; e proprio l’abbondanza di particolari erotici che la donna riferisce è la prova tipica che si tratta solo di fantasie.
Eppure non sono nozioni del ventesimo secolo. Ho un manualetto per giudici del 1908 del famosissimo medico legale Borri, in cui già li si mette sull’avviso in modo esauriente!
Pare invece  che nessuno abbia mai letto neppure quel bel racconto emblematico di Anatole France su di un maestro che tutti i suoi alunni concordi accusavano di averli maltrattati facendoli sedere sulla stufa calda della classe (all’epoca non si poteva parlare di atti di pedofilia!). Dopo lungo processo, detenzione e rovina del maestro, si scoprì che nella classe non vi era mai stata una stufa! """

La vicenda di Rignano era strampalata ed inverosimile fin dall’origine, evidente manifestazione di isteria collettiva di genitori autosuggestionatisi a vicenda e che avevano suggestionato i loro figli. Eppure si è verificato che chi doveva bloccare questi isterismi vi si è fatto coinvolgere  e gli ha dato corda.

L’unico motivo per cui non sostengo la necessità di sottoporre a perizia psicologia i magistrati è che la psicologia non serve a nulla: le persone si giudicano dai fatti e non in base alle idee personali di altri.
(29-5-12)

La sentenza di assoluzione è stata confermata in appello il che fa sperare un pochettino nella giustizia. Ma rimane ignobile il fatto che nessun pagherà per i danni immensi cagionati e che certi giudici possano continuare a rovinare gente dal primo all'ultimo giorno della carriera, senza che nessuno abbia il coraggio di scrivere nelle loro note caratteristiche che non sono "ottimi".

(16 maggio 2014)

Riporto qui le illuminanti pagine di Anatole France (Crainquebille e altre storielle) sulla deformazione mentale dei giudici.

Monsieur Thomas
J'ai connu un juge austère. Il s'appelait Thomas de Maulan et était de petite noblesse provinciale. Il s'était destiné à la magistrature sous le septennat du maréchal de Mac-Mahon, dans l'espoir de rendre un jour la justice au nom du Roi. Il avait des principes qu'il pouvait croire inébranlables, ne les ayant jamais remués. Dès qu'on remue un principe, on trouve quelque chose dessous, et l'on s'aperçoit que ce n'était pas un principe. Thomas de Maulan tenait soigneusement à l'abri de sa curiosité ses principes religieux et ses principes sociaux.
Il était juge au Tribunal de première instance dans la petite ville de X***, où j'habitais alors. Ses dehors inspiraient l'estime et même une certaine sympathie. C'était un long corps sec, la peau collée aux os, la face jaune. Sa parfaite simplicité lui donnait assez grand air. Il se faisait appeler Monsieur Thomas, non qu'il eût sa noblesse en mépris, mais parce qu'il se jugeait trop pauvre pour la soutenir. Je l'ai assez pratiqué pour reconnaître que ses apparences ne trompaient pas et qu'avec une intelligence étroite et un tempérament faible, il avait une âme haute. Je lui découvris de grandes qualités morales. Mais ayant eu occasion d'observer comment il remplissait ses fonctions de magistrat instructeur et de juge, je m'aperçus que sa probité même et l'idée qu'il se faisait de son devoir le rendaient inhumain, et parfois lui ôtaient toute clairvoyance. Comme il était d'une piété extrême, l'idée de péché et d'expiation dominait dans son esprit, sans qu'il en eût conscience, l'idée de délit et de peine, et il était visible qu'il punissait les coupables avec l'agréable idée de les purifier. Il considérait la justice humaine comme une image affaiblie mais belle encore de la justice divine. On lui avait appris dans son enfance que la souffrance est bonne, qu'elle a par elle-même un mérite, des vertus, qu'elle est expiatrice. Il le croyait fermement et il estimait que la souffrance est due à quiconque a failli. Il aimait à châtier. C'était l'effet de sa bonté. Accoutumé à rendre grâces à Dieu qui lui envoyait des maux de dents et des coliques hépatiques en punition du péché d'Adam et pour son salut éternel, il accordait aux rôdeurs et aux vagabonds la prison et l'amende comme un bienfait et comme un secours. Il tirait de son catéchisme la philosophie des lois, et il était impitoyable par droiture et simplicité d'esprit. On ne peut pas dire qu'il fut cruel. Mais, n'étant pas sensuel, il n'était pas non plus sensible. Il ne se faisait pas de la souffrance humaine une idée concrète et physique. Il s'en faisait une idée purement morale et dogmatique. Il avait pour le système
cellulaire une prédilection un peu mystique, et ce n'est pas sans quelque joie de son coeur et de ses yeux qu'un jour il me montra une belle prison qu'on venait de bâtir dans son ressort ; une chose blanche, propre, muette, terrible ; des cellules en cercle, et le gardien au centre dans un phare. Cela vous avait l'air d'un laboratoire établi par des fous pour fabriquer des fous. Et ce sont bien des fous sinistres, que ces inventeurs du système cellulaire qui, pour moraliser un malfaiteur, le soumettent à un régime qui le rend stupide ou furieux. M. Thomas en jugeait autrement. Il regardait en silence avec satisfaction ces atroces cellules. Il avait son idée de derrière la tête: il pensait que le prisonnier n'est jamais seul puisque Dieu est avec lui. Et son regard tranquille et satisfait disait: "J'en ai mis là cinq ou six tout seuls en face de leur Créateur et Souverain Juge. Il n'y a pas au monde de sort plus enviable que le leur."
Ce magistrat fut chargé d'instruire plusieurs affaires, et entre autres celle d'un instituteur. L'enseignement laïque et l'enseignement congréganiste étaient alors en guerre déclarée. Les républicains ayant dénoncé l'ignorance et la brutalité des Frères, le journal clérical de la région accusa un instituteur laïque d'avoir assis un enfant sur un poêle rouge. Cette accusation trouva crédit dans l'aristocratie rurale. On rapporta le fait avec des détails révoltants et la rumeur publique éveilla l'attention de la justice. M. Thomas, qui était honnête homme, n'aurait jamais obéi à ses passions, s'il avait su que c'étaient des passions. Mais il les prenait pour des devoirs, parce qu'elles étaient religieuses. Il crut de son devoir d'accueillir les plaintes portées contre l'école sans Dieu, et il ne s'aperçut pas de son extrême promptitude à les accueillir. Je dois dire qu'il instruisit l'affaire avec un soin minutieux et des peines infinies. Il l'instruisit selon les méthodes ordinaires à la justice, et il en obtint de merveilleux résultats. Trente enfants de l'école, curieusement interrogés, lui répondirent mal d'abord, mieux ensuite, très bien enfin. Après un mois d'interrogations, ils répondaient si bien qu'ils faisaient tous la même réponse. Les trente dépositions concordaient, elles étaient identiques, littéralement semblables, et ces enfants qui, le premier jour, disaient n'avoir rien vu, déclaraient maintenant d'une voix claire, en employant tous exactement les mêmes mots, que leur petit camarade avait été assis, le derrière nu, sur un poêle rouge. M. le juge Thomas se félicitait d'un si beau succès, quand l'instituteur établit sur des preuves irréfutables qu'il n'y avait jamais eu de poêle dans l'école. M. Thomas eut alors quelque soupçon que les enfants mentaient. Mais ce dont il ne s'aperçut point, c'est qu'il leur avait lui-même, sans le vouloir, dicté et appris par coeur leur témoignage.
L'affaire se termina par une ordonnance de non-lieu. L'instituteur fut renvoyé chez lui après une sévère admonestation du juge, qui lui conseilla vivement de réfréner à l'avenir ses instincts brutaux. Les petits enfants des Frères vinrent faire des charivaris devant son école désertée. Quand il sortait de sa maison, on lui criait: "Oh! eh! Grille-Cul!" et on lui jetait des pierres. M. l'inspecteur primaire, instruit de cet état de choses, fit un rapport constatant que cet instituteur n'avait pas d'autorité sur ses élèves et concluant à son déplacement immédiat. Il fut envoyé dans un village où l'on parle un patois qu'il ne comprend pas. Il y est appelé Grille-Cul. C'est le seul terme français qu'on y sache.
Dans la fréquentation de M. Thomas, j'ai appris comment il se fait que les témoignages recueillis par un magistrat instructeur sont tous du même style. Il me reçut dans son cabinet pendant qu'assisté de son greffier, il interrogeait un témoin. Je pensai me retirer, mais il me pria de rester, ma présence n'étant nuisible en rien à la bonne administration de la justice.
Je m'assis dans un coin et j'entendis les questions et les réponses:
"Duval, vous avez vu le prévenu à six heures du soir?
C'est-à-dire, monsieur le juge, que ma femme était à la fenêtre. Alors elle m'a dit: "Voilà Socquardot qui passe!"
Sa présence sous vos fenêtres lui semblait de nature à être remarquée, puisqu'elle a pris soin de vous la signaler expressément. Et les allures du prévenu vous parurent suspectes?
Je vais vous dire, monsieur le juge. Ma femme m'a dit: "Voilà Socquardot qui passe!" Alors j'ai regardé et j'ai dit: "Effectivement! C'est Socquardot!"
C'est cela! Greffier, écrivez: "A six heures de relevée, les époux Duval aperçurent le prévenu qui rôdait autour de la maison avec des allures suspectes."
M. Thomas fit encore quelques questions au témoin, qui était journalier de son état ; il recueillit les réponses et en dicta au greffier la traduction en jargon judiciaire. Puis le témoin entendit la lecture de sa déposition, signa, salua et se retira.
"Pourquoi, demandai-je alors, ne recueillez-vous pas les dépositions telles qu'elles vous sont apportées, au lieu de les traduire dans une langue qui n'est pas celle du témoin?"
M. Thomas me regarda avec surprise et me répondit avec tranquillité:
"Je ne sais ce que vous voulez dire. Je recueille les dépositions aussi fidèlement que possible. Tous les magistrats en font autant. Et l'on ne cite pas, dans les annales de la magistrature, un seul exemple d'une déposition altérée ou tronquée par un juge. Si, conformément à l'usage constant de mes collègues, je modifie les termes mêmes employés par les témoins, c'est que les témoins, comme ce Duval que vous venez d'entendre, s'expriment mal et qu'il serait contraire à la dignité de la justice de recueillir des termes incorrects, bas, et souvent grossiers, quand il n'y a pas nécessité à le faire. Mais je crois que vous ne vous rendez pas un compte exact, cher monsieur, des conditions dans lesquelles se fait une instruction judiciaire. Il ne faut pas perdre de vue l'objet même que se propose le magistrat en recueillant et en groupant les témoignages. Il doit non seulement s'éclairer, mais éclairer le tribunal. Il ne suffit pas que la lumière se fasse dans son esprit: il faut qu'il la fasse dans l'esprit des juges. Il importe donc qu'il mette en évidence les charges qui parfois sont dissimulées dans le récit équivoque ou diffus d'un témoin comme dans les réponses ambiguës du prévenu.
S'ils étaient enregistrés sans ordre ni méthode, les témoignages les plus probants paraîtraient faibles, et la plupart des coupables échapperaient au châtiment.
Mais ce procédé qui consiste à préciser la pensée flottante des témoins, ce procédé, demandai-je, n'est-il pas dangereux?
Il le serait si les magistrats n'étaient pas consciencieux. Mais je n'ai pas encore connu un seul magistrat qui n'eût pas une haute conscience de ses devoirs. Et pourtant j'ai siégé à côté de protestants, de déistes et de juifs. Mais ils étaient magistrats.
Du moins, monsieur Thomas, votre manière de faire a-t-elle cet inconvénient que le témoin, quand vous lui lisez sa déposition, ne peut guère la comprendre, puisque vous y avez introduit des termes dont il n'a pas l'usage et dont le sens lui échappe. Que représente à ce journalier votre expression d'"allures suspectes"?
Il me répondit vivement:
"J'y ai pensé, et je prends contre ce danger des précautions minutieuses. Je vais vous en donner un exemple. Il y a peu de temps, un témoin d'une intelligence assez bornée, et dont la moralité m'est inconnue, me parut inattentif à la lecture que le greffier lui donna de sa propre déposition. Je lui en fis faire une seconde lecture, après l'avoir invité à y prêter une attention soutenue. Je crus voir qu'il n'en fit rien. C'est alors que j'usai d'un stratagème pour l'amener à une plus juste appréciation de son devoir et de sa responsabilité. Je dictai au greffier une dernière phrase qui contredisait toutes les précédentes. Et j'invitai le témoin à signer. Au moment où il posait la plume sur le papier, je lui arrêtai le bras: "Malheureux! m'écriai-je, vous allez signer une déclaration contraire à celle que vous venez de faire et accomplir ainsi une action criminelle."
Eh bien, que vous dit-il?

Il me répondit piteusement: "Monsieur le juge, vous êtes plus instruit que moi, vous devez savoir mieux que moi ce qu'il fallait écrire." Vous voyez, ajouta M. Thomas, qu'un juge soucieux de bien remplir sa fonction se garde de toute cause d'erreur. Croyez-le bien, cher monsieur, l'erreur judiciaire est un mythe."

 

 

 

 


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