Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Povero cittadino!

È esperienza quotidiana che il cittadino è affidato mani e piedi alla ottusità della burocrazia, preoccupata solamente di evitare la sia pur minima grana o responsabilità.
I questori ritirano armi e licenze a chi ha litigato con la suocera, a chi teneva una cartuccia in più rispetto a quante denunziate, a chi vent’anni prima alla scuola media aveva provato a fumare uno spinello di camomilla, a chi ha guidato con lo 0,51 per mille di alcool. Criteri che se venissero applicati agli agenti della “forza pubblica” o ai funzionari di PS creerebbero in Italia uno pochi esempi al mondo di polizia disarmata!
Le misure di custodia delle armi sono affidate alla fantasia della “forza pubblica”: una bella mente di una questura toscana ha detto ad un cittadino che la chiave della cassaforte con le armi la doveva custodire in una seconda cassaforte; un’altra bella mente in Lombardia  obbligava i cittadini a smontare un‘arma in parti, a custodirle in casseforti separate e legate con catena e lucchetto.
Un persona è stata denunziata per omessa custodia di armi perché trovate fuori della cassaforte; infatti aveva comperato una cassaforte più grande e le stava spostando dall’una all’altra! È chiaro che molti funzionari sono convinti che le armi esistono, ma che esse vanno chiuse in una cassaforte e che la chiave va buttata in mare.
Ad un poveretto con porto d’armi che doveva trasportare una piccola collezione di armi antiche bianche, gli hanno prescritto di servirsi di una ditta specializzata nel trasporto di armi.
A Caserta la questura continua da anni a limitare l’acquisto di munizioni e in particolare di quelle per arma corta; cosa da far scompisciare il clan dei casalesi, come avrebbe detto Totò.
Potrei continuare per pagine, perché ogni giorno ricevo segnalazioni di questo tipo, ma basta e avanza per capire che la situazione è di quelle che gridano vendetta e non sono pochi quelli che mi scrivono dicendo che vogliono fare ricorsi al TAR o al Capo dello Stato.
Poveretti! Mi fanno venire in mente l’aforisma di un umorista che diceva “se credi di trovare giustizia di fronte ai giudici, puoi anche andare da un fotografo e farti levare un dente”. E i motivi sono presto detti.
- La giustizia amministrativa è carissima. Un avvocato che vi chieda il minimo della tariffa per un semplice ricorso, non può chiedervi meno di 3.000 euro (ma potrebbero anche essere 10.000). Lo Stato da parte sue infierisce con le tasse. Mentre da un lato ha deciso che è incostituzionale che un farabutto nullatenente faccia ad altri una causa sballata senza dare la garanzia di poter pagare i danni che provoca, ha deciso che quando un poveretto  si lamenta dell’operato della burocrazia per prima cosa deve sborsare una tassa! Per agire di fronte al TAR è di 600 euro, ridotti a 300 solo quando si agisce per ottenere una risposta da un ufficio che si è chiuso in un comodo silenzio.
Fino  a luglio il ricorso al Presidente della Repubblica era aperto ad ogni cittadino e gratuito. Da luglio si devono pagare 600 euro anche per esso, che diventano 900 se il cittadino non ha la posta certificata.  Se l’avessero abolito era meglio!
- La giustizia amministrativa è lenta; in media occorrono dai due o tre anni per ottenere una risposta.
- La giustizia amministrative è spesso inconcludente; quando, ad esempio, si contesta la motivazione adottata da un prefetto per negare una licenza di porto d’armi, anche se il TAR dichiara dopo qualche anno che la motivazione era sbagliata, non è che il prefetto sia obbligato a dare la licenza; tutt’altro, egli se la prende a male a ribadisce il rifiuto cambiando qualche frase alla sua motivazione e il cittadino rimane “cornuto e mazziato”.
- Ben difficilmente il TAR condanna l’Ufficio a pagare i danni e è sua regola generale non condannare mai l’ufficio a rimborsare le spese di causa al cittadino. Ho visto il caso di un cittadino illuminante sulla intelligenza dei giudici: per un errore nell’applicazione di una legge, egli aveva ricevuto 2.500 euro in meno di quanto dovutogli. Dovette far ricorso, accolto senza problemi, ma con compensazione delle spese. Il poveretto incassò i suoi soldi ci aggiunse qualche cosa e li portò al suo avvocato!
- Quando  detto per il TAR vale ancor più per il Consiglio di Stato che segue ancora  la mentalità ottocentesca di dover difendere lo Stato dal cittadino e non il cittadino dallo Stato; nulla di strano se si pensa che un quarto dei componenti è di nomina politica e che esso dà pareri al Governo su questioni che poi è chiamato a decidere (vi ricordate di quando espresse il parere che l’UITS aveva compiti di certificazione diversi da quello sportivi?)
Forse ormai straparlo, ma ho il dubbio che ci sia qualche cosa di sbagliato nella Costituzione oppure in chi la applica. Una volta si diceva che lo Stato di diritto è tale quando ogni cittadino può far valere i suoi diritti e ottenere giustizia; altrimenti è lo Stato delle banane.

(3-8-2011)


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