Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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La giustizia contro i Carabinieri

Il funzionamento della giustizia in Italia è talvolta terribile ed impressionante.
Nel 2000 si verificava un episodio abbastanza banale: quattro Carabinieri, convinti di trovare un pericoloso ricercato albanese, irrompevano di notte in una abitazione in cui vi erano invece degli albanesi regolari. Questi, al buio, quasi certamente non capivano che gli invasori erano i CC e quindi resistevano all'invasione. Un carabiniere veniva colpito con un oggetto, un altro veniva ferito da un colpo sfuggito ad un collega, ad un altro carabiniere veniva strappata la pistola di mano e altri due carabinieri, vedendo l'albanese con la pistola in mano, gli sparavano ferendolo.
Situazione caotica, in cui ognuno ricordava qualche cosa di diverso dagli altri, in piena buona fede, ma percepibile nel suo peso reale da qualsiasi persona che non abbia visto i conflitti a fuoco solo nei filmetti televisivi. Situazione quindi che con una valutazione serena poteva essere risolta in tre mesi.
Ed invece accadeva l'imponderabile che portava ad un assurdo processo durato ben sei anni fino alla sentenza di primo grado che qui si pubblica (il testo è stato letto con programma OCR e mi scuso per alcuno errori rimastivi, specialmente nei nomi).
Accadeva infatti che il PM di turno chiamasse, chissà perché, un perito balistico dalla lontana Sicilia e cioè l'ing. Manlio Averna il quale già in altri casi (1), secondo quanto espressamente scritto da alcuni giudici, ha dimostrato di essere abilissimo a sostenere le tesi dei PM ad oltranza ed a sostenerle pervicacemente contro l'opinione di periti di gran lunga più bravi di lui.
Nel caso in esame io non so ovviamente se sia stato il PM a suggestionare il suo consulente o il consulente a suggestionare il PM, o se si sono suggestionati a vicenda, ma sta di fatto che l'ing. Averna, in base "al solo esame visivo dei reperti o su deduzioni personali ed opinabili, prive di alcuna doverosa verifica sperimentale " (parole della Sentenza), esponeva una sua ricostruzione dell'episodio da far accapponare la pelle.
Il PM si accaponava talmente che si lanciava sulla pista investigativa del tentativo di omicidio volontario da parte dei Carabinieri i quali, secondo l'accusa, in quattro, ma ciascuno per conto suo, avrebbero sparato con l'intenzione di ammazzare tutto quando si parava loro innanzi. Quando ho studiato io mi dicevano che per configurare un omicidio volontario ci vuole la volontà di uccidere e che non basta mai un comportamento colposo; ma sono passati oltre 40 anni e tante cose sono cambiate.
Il perito Averna, visto un solco su di un mobiletto, affermava che esso era stato prodotto da tre spari consecutivi e che l'unico solco così ottenuto era stato ottenuto appositamente sovrapponendo al piano del mobiletto un'altra parte in legno. Faceva poi una grande confusione con bossoli e proiettili senza riuscire a raccapezzarsi e ipotizzava proiettili scomparsi non si sa dove ed altri rimpiazzati dai Carabinieri. Affermava categoricamente che un bossolo rinvenuto esploso nella camera di cartuccia della pistola del carabiniere poteva essere scoperto solo sparando nuovamente e che quindi il bossolo, privo di segni relativi ad una seconda percussione, era stato rimesso nell'arma dopo (in realtà si era trattato di un normale inceppamento dovuto al fatto che l'albanese aveva afferrato il carrello dell'arma). Quindi i carabinieri dopo il fatto avrebbero fatto sparire i proiettili che li avevano colpiti (perché mai uno dovrebbe fare una cosa così idiota?) ed avevano sparato tre colpi sul piano del mobile in modo da lasciare un'unica traccia (perché mai fare una cosa del genere? erano impazziti tutti?). E come mai in un condominio nessuno aveva sentito i tre spari? e che cosa mai i carabinieri dovevano temere da un conflitto a fuoco in cui nessuno era rimasto ucciso e in cui i fatti li giustificavano ampiamente?
Ebbene, sulla base di tale consulenza il PM imputava i carabinieri di tentato omicidio e non si ravvedeva neppure dopo una esauriente consulenza della difesa fatta dal noto perito Paolo Romanini. Neppure il GIP si accorgeva che non si può rinviare a giudizio delle persone se non vi sono prove sufficienti (e la consulenza del PM , se contestata, non è mai prova sufficiente). C'è voluta una perizia dibattimentale, affidata a Piero Benedetti e Carlo Torre per far apparire a tutti, PM e Collegio, "la totale inconsistenza di tale impianto accusatorio basato su accertamenti balistici del consulente del pubblico ministero rivelatisi del tutto erronei e fuorvianti." (parole della Sentenza)
Per arrivare a questo risultato ci sono voluti sei anni e per cinque anni PM e GIP hanno tenuta per buona la consulenza Averna, anche se validamente contrastata. A nessuno è venuto il dubbio che il caso meritasse un immediato accertamento da parte di periti di riconosciuta capacità. A nessuno è venuto in mente che è immorale tenere sotto processo per 6 anni quattro carabinieri in base all'opinione di un consulente del PM.
Negli ultimi anni le cronache sono state piene di processi ingiustamente montati in base a perizie sbagliate (Marta Russo, Daniela Stuto, prefetto Forleo, Giuliani, ecc.).
Cicerone avrebbe detto "usque tandem?" , fino a quando dovremo vedere processi in cui i periti vengono scelti a caso (o peggio in base ad amicizie personali e a parentele) senza alcun controllo ufficiale sulla loro capacità ed esperienza, sul loro equilibrio? Fino a quando un perito può continuare a sbagliare imperterrito senza che i giudici si rendano conto del male che fanno ai cittadini e alla giustizia? Fino a quando sarà impossibile procedere con richiesta di risarcimento danni contro i PM ed i periti che provocano simili danni?
Un rimedio minimale sarebbe di imporre anche al consulente di parte di prestare giuramento come quello di ufficio. In tal modo se non opera a fini di verità, ma per sostenere tesi di parte, può essere condannato per falso in perizia.
In secondo luogo sarebbe necessario stabilire una banca dati  degli errori marchiani dei periti a cui far confluire tutti i dati raccolti dai magistrati giudicanti.
Io non ce l'ho con l'ing. Averna, che non conosco personalmente, che non mi ha fatto nulla di male, che probabilmente è una simpatica persona, ma negli ultimi dieci anni le segnalazioni documentate che ho ricevuto a carico di periti hanno riguardato solo lui e quindi di lui ho dovuto parlare. Sarei ben lieto se chi ne ha la possibilità mi inviasse sentenze in cui vengono documentati gli errori di altri periti in modo da costituire una specie di banca dati, anche se non ufficiale.

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Nota 1) Si vedano le pagine   Errori dei peritiGusci di bombe .
Un episodio gustoso e significativo è accaduto anche di fronte alla Corte di Assise di Appello Caltanisetta del 30-102003 in cui l'imputato, accusato di aver ucciso il figlio con un colpo di fucile da caccia, affermava che il colpo era partito mentre puliva l'arma per un difetto nel meccanismo del cane.
Il PM nominava perito l'ing. Averna il quale affermava che la meccanica dell'arma era priva di usure e funzionante, come da lui sperimentalmente verificato. All'udienza dell'8-11-2000 affermava (estratto dal verbale di udienza):
-  "l'arma era in perfette condizioni di funzionamento"; "non era possibile che si verificasse un sparo accidentale", "non ho ritenuto necessario smontare  le cartelle"; "le balestre dell'acciarino sono di acciai speciali e non arrivano a corrosione"; "le balestre vengono tirate a specchio per evitare che si formino punti di corrosione", "l'arma era perfetta, non aveva segni di corrosione".
La Corte di Assise di Appello definisce la perizia dell'ing. Averna come "non appagante" e dispone nuova perizia, affidata al maresciallo Leone, il quale dimostra di saperne molto di più dell'ingegnere, e con la quale accerta "che contrariamente a quanto sostenuto  dal consulente del P.M. ing. Averna, l'esplosione non voluta della cartuccia può verificarsi qualora il cane sfugga di mano nel momento in cui la retrogradazione angolare dello stesso abbia superato la metà del normale percorso" (parole della sentenza).
Dalla perizia di parte del dr. Gianfranco Guccia emerge poi chiaramente, in base alle foto allegate, che la batteria era internamente ossidata in modo ampio, con buona pace delle superfici a specchio e degli acciai speciali!
Emerge quindi chiaramente che il perito del PM, posto di fronte ad un accertamento che poteva decidere su una assoluzione o una condanna all'ergastolo, ha escluso la possibilità di uno sparo accidentale solo sulla base di qualche manovra del grilletto certamente da lui fatta senza criterio perché quando le ha fatte il M.llo Leone il difetto della batteria è subito emerso evidente. Inoltre il perito non ha neppure ritenuto necessario svitare la piastra della batteria per controllarne lo stato di usura e poi, per giustificare la sua omissione,  ha raccontato alla Corte d'Assise la favola che le batterie non si possono ossidare o rompere, per cui è del tutto inutile andarle a guardare!  Eppure è stato incrollabile nel sostenere le sue convinzioni .


N. 767/05 RGT N, 6284/00 RG NR

TRIBUNALE DI AREZZO REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

II Tribunale di Arezzo, Sezione Penale, composto da
Dott. MAURO BILANCETTI            Presidente
Doti. LUCIANA CICERCHIA           Giudice
Dott COSMO CROLLA                    Giudice Est
all'udienza del 19/6/06 ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Nei confronti di (tre albanesi + 6 Carabinieri)
IMPUTATI
I tre albanesi
A) del delitto di cui all'art.81 cpv., 110, 337 c.p. perché, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, usavano violenza nei confronti del Cap. Caminada Emanuele, del V.Brig. Ardito Giuseppe, dell'App. Deiana Angelo e dell'App. Paleotti Paolo, i quali, insieme ad altri militari del N.O.R.M. della Compagnia Carabinieri di Figline Valdamo, procedevano ad una perquisizione domiciliare alla ricerca di un latitante, reagendo all'ordine di fermarsi loro intimato, aggredendo l'Ardito e determinando una colluttazione all'esito della quale il Cap. Caminada veniva ferito alla gamba sinistra da un colpo d'arma partito accidentalmente, l'Ardito veniva ferito alla testa ed il Paleotti e il Deiana riportavano lievi lesioni. Commesso in Terranova B.ni il 21.9.2000
Due degli albanesi
B) del delitto di cui agli artt. 61 n. 2, 110, 582, 585 in rel. all'art. 576 C.P. perché, in concorso tra loro, percuotendo il V. Brig. Ardito Giuseppe al fine di commettere il reato di cui al capo che precede gli cagionavano un trauma cranio-encefalico con emorragia cerebrale guarito in oltre 40 giorni.
Commesso in Terranuova B.ni il 21.9.2000
I sei Carabinieri
C) del delitto di cui all'art, i iu, ói n. 9, 374 comma 2 C.P. perché, in concorso tra loro e previo accordo, con violazione dei doveri inerenti la loro pubblica funzione, dopo aver eseguito una perquisizione domiciliare presso l'appartamento occupato da JAUPAI LUFTAR, XHAFAJ EDMOND e XHAFAJ HAMZA nel corso della quale taluni di essi facevano uso di armi da fuoco provocando il ferimento di XHAFAJ HAMZA, al fine di ostacolare le attività di raccolta delle tracce del fatto da parte dell'A.G. e di alterarne i risultati, immutavano artificiosamente lo stato di cose e luoghi in relazione al numero dei colpi sparati, alla loro provenienza e direzione (fra l'altro simulando l'inceppamento dell'arma del Deiana e procurandosi, esplodendo colpi contro un mobiletto, almeno tre proiettili, da usare, il numero e la provenienza dei colpi d'arma da fuoco esplosi durante l'azione). In Terranova Bracciolini il 21.9.2000
D) del delitto di cui all'art. 110, 476, 479 C.P. perché, in concorso tra loro, nell'esercizio delle loro funzioni di Ufficiali e Agenti di P.G., LAICI GIORGIO, MAGGI ENRICO, PALEOTTI PAOLO, DEIANA ANGELO, PROTA FRANCESCO, quali diretti firmatari, e Caminada in accordo con essi, nel verbale di arresto in flagranza di JAUPAI LUFTAR, XHAFAJ EDMOND e XHAFAJ HAMZA in data 22.9.2000 e nelle annotazioni di servizio da ciascuno di essi redatte in pari data, attestavano falsamente la dinamica dei fatti avvenuti durante e dopo la perquisizione domiciliare di cui al capo che precede (dichiarando falsamente, tra l'altro, che il Maggi ed il Paleotti avevano il giubbotto con la scritta catarifrangente Carabinieri, che la pistola del Deiana si era inceppata, che Xafai Hamza aveva strappato di mano al Deiana la pistola d'ordinanza esplodendo un colpo e che l'aveva puntata, impugnandola con entrambe le mani, verso il Maggi ed il Paleotti ed omettendo di dire che erano stati da essi esplosi colpi d'arma da fuoco verso il mobiletto in legno presente nell'appartamento).
In Arezzo il 22.9.2000
E) del delitto di cui all'art. 110, 6! n. 9, 368 c.p. perché, in concorso tra loro e previo accordo, con violazione dei doveri inerenti la loro pubblica funzione, LAICI GIORGIO, MAGGI ENRICO, PALEOTTI PAOLO, DEIANA ANGELO, PROTA FRANCESCO, quali diretti firmatari, e Caminada in accordo con essi, dichiarando contro il vero nel verbale di arresto e nelle annotazioni citate al capo che precede che Xafai Hamza aveva strappato di mano al Deiana la pistola d'ordinanza e che l'aveva puntata, impugnandola con entrambe le mani, verso il Maggi ed il Paleotti, incolpavano lo stesso Xafai, sapendolo innocente, di un reato procedibile d'ufficio.
Due Carabinieri
F) del delitto di cui agli artt. 56 - 575 c.p. perché, esplodendo vari colpi d'arma da fuoco con le loro pistole d'ordinanza verso Xafai Hamza ad altezza d'uomo e a distanza inferiore a tre metri attingendolo al braccio sinistro, alla spalla destra ed braccio destro - e causandogli la frattura pluriframmentaria del terzo prossimale del braccio sinistro, la frattura dell'angolo inferiore della scapola omolaterale e la frattura del quarto arco costale di sinistra - compivano atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionarne la morte. Evento non verificatosi perché i proiettili non attingevano organi vitali.
Commesso in Terranova B.ni il 21.9.2000
MOTIVI DELIA DECISIONE
Svolgimento del processo (omissis)
1) Considerazioni generali,
La complessa e laboriosa istruttoria dibattimentale, compendiatasi attraverso l'escussione di un considerevole numero di testi, (alcuni dei quali per la verità di nessuna rilevanza ai fini della decisione) nonché l'esame di consulenti e periti, si è resa necessaria per far luce su perquisizione domiciliare diretta alla cattura di un latitante eseguita dai Carabinieri del Comando di Figline Valdarno culminata con una irruzione avvenuta all'interno dell'appartamento di Terranova Bracciolini via Don Minzoni nr. 14, occupato da cittadini di nazionalità albanese.
Nel corso dell'azione di forza, alla quale presero parte con specifici ruoli e funzioni diverse il capitano dei Carabinieri Caminada Emanuele i marescialli Laici Giorgio e Maggi Enrico, il vice brig. Ardito Giuseppe, gli appuntati Deiana Angelo e Paleotti Paolo e il Carabiniere scelto Prota Francesco e si concluse con l'arresto di Jaupaj Luftar, Xhafaj Hamza, Xhafaj Edmond per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, si verificò una violenta colluttazione tra gli operanti e alcuni degli occupanti l'abitazione con esplosioni di colpi di arma da fuoco che determinarono il grave ferimento di alcune delle persone che parteciparono allo scontro.
In particolare rimasero gravemente feriti, a causa delle esplosioni da arma da fuoco, il capitano Caminada e Xhafaj Hamza.
Per una facile intelligibilità nella ricostruzione dei fatti appare opportuno in primo luogo esporre quanto è emerso dalle esperite indagini preliminari, per quanto risulta dagli atti legittimamente acquisiti nel fascicolo del dibattimento, anche per individuare le circostanze di fatto e le risultanze investigative che hanno orientato il pubblico ministero a formulare le complesse ed articolate imputazioni. Si procederà, quindi, all'attenta disamina dell'ingente materiale istruttorio formatosi nel corso del dibattimento per poi sforzarsi, sulla scorta delle emergenze processuali, di ricostruire l'esatta dinamica del conflitto a fuoco e trarre le dovute conseguenze giuridiche sotto il profilo dell'accertamento delle eventuali responsabilità penali.
2) Le indagini.
La trattazione delle indagini preliminari non può che muovere dagli accertamenti urgenti sullo stato dei luoghi e delle cose effettuati ex art 534 cpp dal comandante e dagli addetti al Nucleo Operativo del Comando provinciale di Arezzo intervenuti sul posto alle ore 22,00 del 21/9/2006 ( cfr verbale di accertamenti urgenti ali 21 e segg).
Di dette operazioni, analiticamente documentate nei verbale di accertamenti corredato da ampia documentazione fotografica, hanno diffusamente dato conto nei corso del dibattimento i sottoufficiali dei Carabinieri Fulgenzi Paolo e Malandruccoìo Franco.
L'immobile, teatro del conflitto a fuoco, è composto da quattro piani fuori terra e da un seminterrato, e l'appartamento dove i Carabinieri della stazione di Figline avevano fatto irruzione è ubicato a piano secondo;
(omissis - Si omette la descrizione dei locali dei tutto incomprensibile senza un disegno)
Gli estensori della nota riferivano che in data 21/9/2000 alle ore 20,30 circa un gruppo di Carabinieri appartenenti alla Compagnia di Figline Valdarno si recava in Terranova Bracciolini, Via don Minzoni 14, al piano secondo presso l'abitazione di un cittadino albanese avendo appreso che all'interno di tale unità abitativa si trovava un pericoloso latitante. (Nota: dopo si stabilirà che l'informazione era sbagliata e che nelal casa vie erano tre operari albanesi una donna e un bambino, incensurato e in regola)
Giunti sul posto, dopo aver suonato il campanello di un altro inquilino per fare aprire la porta di ingresso dei condominio, i militari si portavano sul pianerottolo dell'appartamento in questione disponendosi in maniera da poter effettuare una irruzione qualora ce ne fosse bisogno; una volta aperta la porta, sempre secondo la ricostruzione offerta nell'annotazione di servizio, il v.brig. Ardito Giuseppe, l'app. Deiana Angelo e il cap. Caminada Emanuele si introducevano all'interno "urlando " ripetutamente " lo status di Carabieri, nell'occasione l'app.scelto Paleotti Paolo e il m.llo Maggi Enrico indossavano le casacche di colore blu in dotazione di reparto con la scritta "Carabinieri".
Sempre secondo quanto testualmente si legge negli atti, nonostante da tutti gli operanti venisse intimato di fermarsi, gli albanesi, precisamente tre, aggredivano l'Ardito cercando di disarmarlo, questi veniva subito aiutato dal Caminada e dal Deiana. Nel corso della lotta partiva un colpo di pistola; uno degli albanesi veniva in colluttazione con il Deiana; nonostante l'aiuto fornito dal Paleotti e dal Maggi, il Deiana cadeva a terra e dalla pistola impugnata dall'albanese partiva il secondo colpo. A questo punto le ricostruzioni offerte dai militari presentano divergenze tra loro che, come di seguito si vedrà, si riveleranno di fondamentale importanza ai fini dell'attribuzione della responsabilità penale.
In particolare secondo quanto riferito da Maggi Enrico e Paleotti Paolo, dopo il secondo colpo gli stessi arretravano all'altezza del portone dì ingresso e si trovavano dì fronte l'albanese che a circa tre metri di distanza puntava la pistola verso di loro afferrandola con due mani, in quel momento il Maggi con la propria pistola di ordinanza esplodeva tre colpi all'indirizzo dell'albanese il quale cadeva a terra ferito mentre il Paleotti sparava un solo colpo; entrati nuovamente all'interno dell'appartamento i due notavano il Caminada ferito alla gamba, il Deiana alla spalla e l'Ardito alla testa mentre l'albanese presentava lesioni da arma da fuoco. Gli altri due albanesi venivano immobilizzati ed arrestati
L'arma del Deiana veniva recuperata dalle mani dell'albanese ferito e consegnata al M.llo Laici.
Il Deiana racconta invece di essere caduto a terra e dì aver cercato di raggiungere la porta di ingresso; in quel momento vedeva l'albanese esplodere un secondo colpo di pistola verso gli altri militari con la pistola impugnata con entrambe le mani. Sentito a sommarie informazioni sullo specifico punto il successivo 23 settembre Deiana Angelo dichiarava "istintivamente, portai le braccia verso l'alto in modo da evitare colpi accidentali e poiché l'albanese continuava ad afferrarmi saldamente entrambe le mani lo spinsi, con la spalla sinistra verso il mobiletto che si trovava entrando da destra; a quel punto sentii un forte dolore alla spalla e caddi; in quel momento, l'albanese riuscì ad impossessarsi della pistola ed indietreggiando di qualche passo sino a riportarsi davanti alla porta del disimpegno con il nr 107, (si tratta dell'apertura lungo la parete sinistra del corridoio che consente di accedere alle camere da letto indicata nella planimetria allegata al verbale di accertamenti urgenti con tale numero) esplose un colpo nella mia direzione mentre mi trovavo a terra supino, tra il mobiletto e la porta di ingresso. Non so se il colpo sia partito o abbia indirizzato ( la pistola era giù stata da me armata con il colpo in canna, il cane abbattuto e privo di sicura). Subito dopo mentre mi trascinavo, sempre supino verso la porta d'ingresso, vidi l'albanese puntare l'arma verso di me, impugnandola con entrambe le mani, e, a quel punto, come già detto, sentii prima un colpo poi tre in rapida successione esplosi dai miei colleghi, Maggi e Paleotti, che si trovavano alle mie spalle sul pianerottolo (cfr. verbale di sommarie informazioni prodotto per estratto dal pubblico ministero con il consenso delle parti all'udienza del 5/6/2006). Una quarta annotazione di Pg (anch'essa acquisita agli atti) veniva stesa, alle ore 00.20, dal Mllo Laici Giorgio il quale dava atto che a seguito della sparatoria prendeva in consegna la pistola di ordinanza di Deiana constatando che all'interno della camera da sparo vi era un bossolo sparato ma non espulso, sintomo dell'inceppamento dell'arma. Il sottuffciale riferiva inoltre di aver preso preso in consegna l'arma d'ordinanza dell'Ardito che gli era stata data dal Carabiniere scelto Prota Vincenzo.
Sulla scorta del contenuto delle surriferite annotazioni veniva redatto, alle ore 3.00 verbale di arresto, sottoscritto da Laici Giorgio, Maggi Enrico, Paleotti Paolo, Deiana Angelo e Prota Francesco, di Jaupaj Lufter, Xhafaj lidmor.d s Xhafaj Hamza,  quest'ultimo indicato come la persona entrata in colluttazione con il Deiana che era stata attinta dai colpi di arma da fuoco esplosi dai due carabinieri, per il reato di tentato omicidio.
In particolare gli ufficiali di p.g. dopo aver fedelmente riportato nel verbale di arresto il contenuto delle annotazioni relativamente all'inizio dell'irruzione e scontro fisico tra l'Ardito e i due albanesi, davano atto che nel corso della colluttazione intercorsa tra l'ÌIamza e il Deiana quest'ultimo "cadeva a terra dolorante, mentre Xliafaj Hamza, impossessatosi della pistola di ordinanza del Deiana, esplodeva un colpo e e la puntava verso il M.Ilo ord. Maggi Enrico e l'app. scelto Paleotti Danilo che dopo aver leggermente indietreggiato, esplodevano quattro colpi, precisamente  tre il mar. Ord. Maggi e uno l'app. sc. Paleotti all'indirizzo dell' albanese che cadeva a terra ferito".
Nelle ore successive si procedeva ai seguenti ulteriori atti investigativi: presa in consegna delle pislole in dotazione di Maggi, Paleotti, Ardito, Deiana e Caminada, sequestro delle cose e dei reperti (proiettili, bossoli, campioni sangue) rinvenute nel corso degli accertamenti urgenti; sequestro di un proiettile calibro 9 parabellum avvolto con nylon consegnato dall'appuntato Paolo Racioppo del Norm. di Figline Valdarno il quale affermava che tale proiettile era stato consegnato dal Deiana perchè da questi in secondo tempo rinvenuto all'interno della tasca dei gilè indossato quella sera - e di altre indumenti sporchi si sangue (pantalone, maglietta coperta ), sequestri di campioni di sangue appartenenti ad Ardito Giuseppe, Caminada Emanuele e Xhafaj Hamsa.
(omissis identificazione degli albanesi)
Successivamente, in data 6/10/2000, appartenenti al Comando Provinciale dei Carabinieri di Arezzo, accompagnati da personale tecnico, si portavano nuovamente nell'abitazione teatro dei fatti per cui è processo per compiere accertamenti consistenti nel riprodurle la medesima situazione ambientale descritta dagli ufficiali di pg. nel verbale di arresto.
A tale scopo veniva disattivato. alle ore 20.30. corrispondente allorario dell'inizio dell'irruzione, la corrente elettrica che alimentava gli impianti dell'appartamento mentre era conservato il dispositivo di illuminazione delle scale e del pianerottolo adiacente all'ingresso dell'unità immobiliare.
In queste condizioni - luce nel vano scale e buio totale nell'appartamento- venivano scattate delle (biografie dalle quale si evinceva che nonostante la precaria visibilità dalla porta di ingresso era comunque possibile distinguere nella penombra le sagome delle persone che si trovavano all'interno dell'unità abitativa o i loro tratti somatici nella zona dì abitazione più illuminata. Sempre da quanto è dato apprendere dalla deposizione del M.llo Fulgenzi  da un controllo effettuato presso il registro degli interventi della compagnia dei Carabinieri di San Giovanni Valdamo risultava che la prima segnalazione del fatto pervenne alle ore 20.20 e l'operatore richiese immediatamente l'intervento del 118 ii quale compilò una scheda di intervento sulla quale fu trascritto l'orario che, attraverso una verifica effettuata con l'orologio digitale dei Pronto soccorso, veniva fatto risalire alle ore 20,38 .
Il successivo 31 ottobre l'organo giudiziario inquirente procedeva alla nomina del consulente tecnico nella persona del dr. Marco Di Paolo onde appurare la natura, l'entità e lo strumento di causazione delle lesioni patite da Caminada Emanuele, Ardito Giuseppe e Xhafaj Harrua.
L'ausiliare del giudice, sulla scorta dell'esame degli atti e della documentazione sanitaria, accertava che Caminada Emanuele aveva riportato una frattura pluriframmentaria della dialisi tibiale prossimale della gamba sinistra trattata mediante intervento di osteosintesi con applicazione di fissatore esterno, manifestamente prodottaa da im colpo d'arma da fuoco e proiettile unico che aveva attinto l'ufficiale dei carabinieri alla gamba destra. Il proiettile era penetrato in corrispondenza della gamba sinistra, al suo terzo prossimale subito medialmente alla cresta tibiale e, dopo aver fratturato la tibia e perforato i tessuti muscolo tendinei della gamba, era fuoriuscito dalla stessa al livello del terzo medio della faccia mediale. Il |proiettile  aveva attinto il Caminada, facendo riferimento a soggetto in posizione eretta immobile e con direzione dall'avanti all'indietro e dall'alto verso il basso con notevole angolazione.
Sulla base di tali dati oggettivi il dr. Di Paolo ipotizzava che la pistola dalla quale era partito il colpo non potesse che trovarsi davanti al leso e il Caminada nel momento in cui fu colpito avesse la gamba flessa sulla coscia (come nell'atto del correre) tale posizione giustificava la direzione lievemente dal basso verso l'alto. La conseguenza di tale lesione era l'indebolimento permanente dell'arto inferiore sinistro.
A Xhafaj Hamza venivano riscontrati segni cicatriziali di forma irregolare e di dimensioni varie in corrispondenza della faccia anteriore della spalla destra, in corrispondenza della faccia laterale della spalla destra, in corrispondenza della faccia anteriore, terzo distale del braccio destro e in corrispondenza della faccia posteriore, terzo prossimale del braccio destro  nonché frattura frammentaria del terzo prossimale dei braccio con  malattia ed incapacità di attendere alle proprie occupazioni per un periodo superiore a 40 giorni)
Le riscontrate lesioni erano riconducibili a tre colpì di arma da fuoco il primo proiettile era penetrato attraverso la spalla sinistra, il secondo aveva attinto la spalla destra ed il terzo aveva raggiunto la faccia anteriore, terzo distale, del braccio destro.
Sulla persona dell'Ardito il consulente rilevava un violento traumatismo cranico- encefalico con emorragia sub-aracnoidea temporo-parietale destra, nonché ferite lacero-contuse multiple del cuoio capelluto oltre ad un lesione superficiale al fianco sinistro.
Le lesioni alla testa ed al volto, dalle quali è conseguito un periodo di malattia e di incapacità di attendere alla normali occupazioni certamente superiore ai 40 giorni, erano da ricondurre, a giudizio del consulente, ad un plurimo traumatismo operato da un oggetto provvisto di angolo smusso (non tagliente) animato da una notevole forza viva, mentre la ferita al fianco sinistro era stata provocata, anche in considerazione della corrispondente lacerazione individuata nella cintura indossata dall'Ardito, da un colpo di arma da fuoco che colpì di "striscio" il sottufficiale dei carabinieri.
Le risultanze medico-legali sopra elencate costituiscono il compendio delle tre relazioni acquisite agli atti ed integralmente confermate nel corso dell'esame.
Venivano inoltre delegati alla dr.ssa Sancasciani Maria Aurora le indagini biologiche sulle tracce ematiche rinvenute su una pistola semiautomatica Berretta e su un frammenti di battiscopa.
Il consulente, procedendo a rettifica delle conclusioni assunte nella propria relazione chiariva che le impronte di sangue ritrovate sulla pistola Beretta risultavano geneticamente compatibili con Ardito, mentre quelle presenti sul battiscopa erano compatibili con Caminada Emanuele.
L'attività investigativa compiuta dai pubblico ministero si indirizzava all'acquisizione dì dati ed elementi di carattere tecnico-balistico.
Veniva da questi nominato quale consulente Irenico l'ing. Manlio Averna il quale, nel maggio 2001 effettuava gli accertamenti affidatigli provvedendo a depositare l'elaborato acquisito agli atti.
In sintesi gli argomenti che l'ausiliario offriva al vaglio dell'autorità giudiziaria erano i seguenti: a) l'esame del mobiletto evidenziava la presenza di largo solco sul piano superiore della lunghezza di cm 17 e largo cm 1 - 4. Poiché la parte terminale presentava una netta biforcazione con schiena d'asino che suddivideva le vie d'uscita e lungo la faccia inferiore del ripiano solcato vi erano tre punti di avvallamento, non potendosi ipotizzare una traiettoria sinusoidale, si affermava che pallottole esplose per scavare il solco dovevano essere almeno tre; b) partendo dal presupposto che le pallottole sparate contro il mobile tenendo l'arma orizzontale contro il bordo del ripiano superiore, avrebbero avuto la tendenza a sollevarsi dal piano il consulente si ipotizzava che fosse stato adoperato un oggetto per chiudere la via di fuga. Tale oggetto che doveva essere di legno piuttosto duro e di dimensioni non grandi veniva individuato dal consulente tecnico, nel corso di un sopralluogo effettuato all'interno dell'abitazione, nella piantana per vaso di fiori in legno che presentava sulla faccia inferiore del piedistallo un solco poco profondo ma di lunghezza corrispondente a cm 17 e quindi compatibile con le suindicate modalità di sparo (la piantana su segnalazione del consulente venne posta sotto sequestro dal pubblico ministero ); e) dei sei bossoli rinvenuti ed attentamente esaminati, tre venivano attribuiti alle cartucce sparate con la pistola del m.llo Maggi, il quarto a quella del Deiana, il quinto alla pistola del Paleotti ed il sesto a quella dell'Ardito; d) l'esame di almeno 4 dei cinque proiettili repertati ( 3 ritrovati sui luoghi, il quarto fatto consegnare dal Deiana) tutti di calibro 9 ram parabellum in dotazione dei Carabinieri, evidenziava impatti con superfici murali e lignee non apicali bensì caudali, tale fenomeno stava a dimostrare che le pallottole avevano avuto un non fisiologico andamento rotatorio con energia cinetica affievolita da plurimi urti con parti non identificate; e) dal momento che nessuno dei proiettili presentava tracce biologiche,ad eccezione di quello estratto all' Hamza nel corso dell'intervento chirurgico, ne conseguiva che la pallottola che aveva attinto il Caminada non era tra quelle repertate, il che appariva singolare in quanto a causa del forte rallentamento dovuto all'impatto con le parli ossee era praticamente da escludere che la stessa fosse andata a finire la sua corsa fuori dal locale ove avvenne la sparaloria. f) l'inceppamento della pistola del Deiana con le modalità descritte nell'annotazione di servizio dal Laici non era tecnicamente possibile in quanto dopo uno sparo regolarmente avvenuto se il bossolo anziché espulso fosse rientrato nella camera di cartuccia non c'era modo per potersene avvedere senza un ulteriore tentativo di sparo che sicuramente avrebbe lasciato tracce di percussione; g) che la pallottola fatta consegnare dal Deiana possa aver terminato la sua corsa andando a finire nella tasca de! "gilet" dell'appuntato dei carabinieri costituiva una possibilità remota; h) alla luce delle comparazioni fra le striature delle pallottole repertate e quelle esplose a scopo sperimentale con le armi sequestrate si poteva certamente attribuire il proiettile di cui al nr. 8 degli accertamenti urgenti alla pistola del Paleotti, la pallottola nr. 12 a quella dell'Ardito, mentre quella estratta dal corpo dell'Hamza era compatibile con l'arma in uso al Deiana.
Sulla scorta dei suesposti accertamenti il consulente inferiva che: 1) le pallottole che attinsero il Caminada e lo Xhafaj non essendo mai state recuperate erano da considerarsi disperse; 2) le pallottole repertate presentavano delle evidenti "patologie" e si riferivano non a spari correlabili ai fatti così come riferiti dai Carabinieri ma a spari effettuati successivamente al conflitto a fuoco, in particolare si ipotizzavano tre esplosioni contro il mobiletto con la piantana sovrapposta ; 3 ) il bossolo spento era stato manualmente inserito nella camera di cartuccia dopo lo sparo

Le conclusioni assunte dall'ing. Averna, pervicacemente ribadite nel corso dell'esame dibattimentale ( cfr. pagg.35- 127 delle trascrizioni relative all'udienza del 26/10/2005) nonostante le puntuali e motivate critiche mosse dal consulente dell'imputato, venivano "in toto" recepite dal pubblico ministero il quale ha formulato nei confronti degli estensori delle annotazione di pg e dei firmatari del verbale di arresto le imputazioni per i reati di falso, frode processuale e calunnia.
3) Le risultanze dibattimentali
Riassunti quelli che sono stati i passaggi delle indagini preliminari che hanno portato al rinvio a giudizio per gli imputati può passarsi all'apprezzamento del copioso materiale probatorio formatosi nel dibattimento.
E' opportuno passare in rassegna prioritariamente le dichiarazioni rese dalle persone - imputati e parti civili - diretti spettatori del fatto in quanto coinvolti, con ruoli ed attività diverse, nel conflitto a fuoco .
Ciò anche allo scopo di verificare se il vaglio dibattimentale sia stato in grado di dissolvere quella situazione di incertezza, di cui lo stesso Giudice dell'Udienza preliminare fa riferimento nel decreto di rinvio a giudizio, originata, oltre che dal rapido e confuso svolgersi dei fatti, anche dalle differenti versioni su alcuni dei punti cruciali per la determinazione delle penali responsabilità offerte dagli appartenenti all'Arma, da una parte, e dai tre albanesi, dall'altra.
(omissis - tratta della segnalazione sulla presenza del ricercato)  
Giunti sul posto verso le ore 20.00 i componenti della squadra, tutti vestiti in borghese per sfruttare l'effetto sorpresa, entrarono nella palazzina facendosi aprire il portone di ingresso ed occuparono le postazioni prestabilite; in particolare Deiana ed Ardito muniti di giubbotto antiproiettile presero posizione in prossimità del pianerottolo che dava accesso all'appartamento ricercato, Maggi e Paleotti si trovavano sulla rampa superiore mentre il Caminada si incaricò di effettuare l'operazione del distacco della corrente Il Caminada consigliato da un inquilino procedette a disattivare alcuni contatori posti nel sottoscala ma quando risalì le scale per prepararsi all'irruzione gli fu detto che erano stata interrotta l'erogazione dell'energia elettrica che alimentava gli appartamenti sbagliati, a questo punto l'ufficiale ritornò al pian terreno e compì l'operazione inversa, agendo quindi su tutti gli interruttori che poco prima erano stati abbassati.
Su quanto accadde immediatamente dopo è opportuno dare contezza delle singole dichiarazione rese sul punto dai Carabinieri. Ardito Giusepe  ha riferito di essere stato il primo ad entrare,arma in pugno, con un lieve atto di forza non appena la porta si era leggermente aperta, di aver immediatamente gridato "siamo Carabinieri", di aver visto una donna e di essere stato aggredito con calci e pugni nonché colpito alla testa con un oggetto metallico tagliente, da più uomini.
Il sottufficiale ha precisato che gli aggressori, dei quali non ha saputo precisare né il numero né le loro fattezze, tentarono di strappargli di mano la pistola. Egli ha inoltre puntualizzato che, a causa dei violenti colpi ricevuti alla testa, perse conoscenza.
Non è stato in grado di dire se dalla sua pistola fosse partito un colpo. Deiana Angelo  ha affermato di aver fatto appena una rampa dalla scale dirigendosi verso il cap. Caminada il quale aveva suonato il campanello di un inquilino per farsi spiegare quale fosse l'interruttore da disattivare dal momento che aveva disattivato la corrente di tutti gli appartament quando udì aprire la porta di ingresso dell'unità immobiliare e l'Ardito strillare "fermi carabinieri" ; a questo punto si portò all'interno dei locali e si accorse che l'Ardito, che si trovava in fondo al corridoio, di fronte alla porta della cucina, veniva aggredito da due uomini, dei quali era possibile vedere solamente le sagome, ed un terzo stava sopraggiungendo. L'ambiente era illuminato non internamente ma dalla luce esterna proveniente dalla parte della cucina e da una tenue luce proveniente dal disimpegno delle camere da letto oltre che dalla luce delle scale. Poiché il terzo uomo stava accingendosi a sferrare un pugno al proprio commilitone il Deiana, sempre secondo quanto da lui riferito, intervenne, prendendo il terzo aggressore, poi ferito ed identificato in Xhafaj Hamza, e trascinandolo di forza sino al centro del corridoio; iniziava quindi una violenta colluttazione tra i due nel corso della quale lo Xhafaj tentava di strappare l'arma al Deiana mentre il Caminada, che nel frattempo era entrato e il Maggi e Paleotti continuavano a gridare "fermi siamo Carabinieri ". Sempre secondo la versione dei fatti fornita da Deiana, proprio in quel momento egli sentì l'esplosione, alle sue spalle, di un primo colpo partito da una pistola non sua, per evitare spari dalla propria arma il Deiana dava una spinta allo Xhafay entrambi andarono a finire vicino al mobiletto ma l'appuntato cadeva a terra e lo straniero riuscì a strappargli la pistola esplodendo un colpo. Il Diana non ha saputo dire se l'esplosione del colpo partito dalla sua pistola fosse volontario o meno né è stato in grado di specificare la sua direzione. L'appuntato si diresse verso la porta di ingresso e quando si trovava a metà strada tra la porta di ingresso e il mobile vide l'albanese indietreggiare e, in posizione inchinata, impugnare la pistola con due mani e puntarle verso di lui e i suoi due colleghi che si trovavano sempre in prossimità del portone; immediatamente dopo udì lo sparo di quattro colpi, in rapida successione, che ferirono lo Xafaj. Esaurita la sparatoria, tornò la luce nei vani dell'appartamento e si procedette ad ammanettare i due aggressori dell'Ardito e prestare i soccorsi alle persone ferite e il Deiana si tolse il giubbotto antiproiettile ed andò fuori a prendere una boccata d'aria.
La dinamica dei fatti esposta dal Deiana in dibattimento diverge su alcuni punti, come lo stesso imputato ammette, da quella contenuta nell'annotazione di Pg. sopra riportata. In particolare il Deiana subito dopo il fatto aveva dichiarato di essere entrato insieme al Caminada nell'appartamento e di aver cercato, insieme all'ufficiale dei Carabinieri, di soccorre il malcapitato Ardito, mentre in dibattimento l'appuntato affermava di aver visto, mentre lottava con l'Hamza, il capitano già nell'appartamento.
Altra difformità si registra laddove nell'annotazione il Deiana rappresenta di aver visto l'albanese "esplodere il secondo colpo in direzione della porta verso gli altri militari con la pistola impugnata con entrambe le mani " mentre nel corso dell'esame l'imputato precisa che il colpo poteva essere accidentalmente partito (tale circostanza per la verità era già stata prospettata dall'appuntato nel verbale di sommarie informazioni dei 23/9/2000) e che comunque nulla poteva riferire circa la sua direzione.
Si tratta all'evidenza, come di seguito si darà conto, di un contrasto di notevole rilevanza in quanto dal primo resoconto si traggono a carico dell'Hamza ben più gravi conseguenze penali.
Il capitano Caminada ha dichiarato di aver sentito, subito dopo aver riattivato l'illuminazione dei locali, gridare "fermi carabinieri" e di essersi portato quindi all'interno dell'appartamento superando i due militari ( Maggi e Paleotti) che erano con le casacche in prossimità della porta di ingresso e il Deiana che si trovava poco più avanti e stava colluttando con Xhafaj Hamza.
L'attenzione dell'ufficiale dei carabinieri fu rivolta all'Ardito che, si trovava in prossimità della parete posta nel fondo al corridoio, che era al buio, in una posizione di estrema difficoltà, in quanto sanguinava copiosamente dalla testa e lottava corpo a corpo con un albanese successivamente identificato in Jaupai Luftar. In quel momento, sempre secondo quanto dichiarato dal Caminada, partì un colpo, presumibilmente in modo involontario, dalla pistola dell' Ardito, essendo l'unica che aveva di fronte, che lo attinse alla tibia, mentre si trovava in prossimità della porta del salone (punto nr. 82 della planimetria allegata agli atti), pronto per venire in ausilio dell'Ardito, e lo fece accasciare al suolo.
Una volta ferito, il Caminada si portò trascinandosi in prossimità del muro in fondo al corridoio (punto 118 della planimetria) mentre l'Ardito e Jaupai Luftar ( della presenza di Xhafaj Edmond il Caminada nulla ha saputo riferire) si erano spostati all'interno del locale tinello. Da quella posizione ebbe modo di vedere in maniera distinta e chiara che Xhafaj Hamza aveva in pugno in una posizione abbastanza curva, piegata, la pistola puntandola con entrambe le mani prima nella sua direzione e immediatamente dopo con una rotazione verso la porta di ingresso dove si trovavano Paleotti e Maggi. In tale contesto il Caminada sentì due colpi sparati dalla pistola del Maggi.
Soltanto al termine della sparatoria l'ufficiale si accorse della presenza di un bambino e di una donna e di un terzo uomo identificato nello Xhafaj Edmond.
Una volta cessato il fuoco Laici, che nel frattempo si era portato all'interno dell'appartamento per prestare i primi soccorsi, mostrò al capitano la pistola del Deiana dicendogli che la stessa non aveva sparato in quanto vi era un bossolo nella camera di cartuccia.
Il Paleotti ha dichiarato che, non appena indossate le pettorine, vide qualcuno aprire la porta e l'Ardito entrare dentro aiutandosi con una spallata e gridando "fermi siamo Carabinieri" seguito in rapida successione dal Deiana. Dopo qualche secondo entrò anche il capitano ed egli, insieme al Maggi, con la pistola in pugno scese le scale e si affacciò alla porta di ingresso vedendo, nella penombra in quanto i locali erano privi di illuminazione, l'Ardito in lotta con due uomini; contemporaneamente percepì anche un primo sparo che colpì il Caminada oltre alle urla dei carabinieri e degli albanesi.
Ha inoltre precisato il Paleotti di aver successivamente, sempre attraverso la penombra e i fasci di luce provenienti dalle scale e dall'ambiente esterno, visto il Deiana in lotta con l'Hamza in prossimità del centro dell'ingresso (individuato nel punto 107 della planimetria); in particolare i due si contendevano le pistole cercando ognuno per conto proprio di afferrala ed impossessarsene: tale situazione estremamente delicata (la pistola veniva fatta roteare pericolosamente prima verso di lui e il Maggi, poi verso l'albanese e poi ancore verso il Deiana) indusse il Carabiniere ad abbandonare ogni proposito di prestare aiuto al commilitone nel timore che potesse partire accidentalmente qualche colpo; alla fine l'albanese riuscì ad impugnare da solo la pistola con due mani puntandola, in posizione leggermente chinata, all'indirizzo suo e del Maggi e fu in quel momento che egli fece fuoco una volta, mentre il Maggi sparò tre colpi centrando l'Hamza con tre proiettili.
Il Paleotti ha precisato di aver udito durante la colluttazione un secondo colpo di pistola partito dall'arma del Deiana mentre non è stato in grado di dire se tale esplosione si verificò quando l'arma era oggetto di contesa o quando l'Hamza l'aveva strappata al Deiana.
Terminato la sparatoria si incaricò egli stesso di ammanettare Xhafaj Edmond che si trovava nel corridoio, e si recò all'interno dell'autovettura di servizio dove prese il cellulare, telefonò alla centrale operativa informandole dell'accaduto e chiedendo rinforzi e si tolse la pettorina con la scritta "Carabinieri". La stessa cosa avrebbe fatti il Maggi, come da questi dichiarato in udienza. Successivamente, dopo essere rientrati per prestare i soccorsi ai feriti, sia lui che il Maggi, approssimandosi l'arrivo dei superiori gerarchici che avrebbero potuto muovere rilievi, decisero, su iniziativa del Maggi, di indossare nuovamente le casacche che erano state riposte poco prima nella macchina di servizio. La ricostruzione dei fatti fornita dal Paleotti relativamente alla colluttazione tra Deiana ed Hamza e agli avvenimenti verificatisi dopo la sparatoria è stata integralmente confermata dalle dichiarazioni di Maggi Enrico  il quale non fu in grado di vedere, a causa delle condizioni di oscurità del corridoio, quanto accaduto all'Ardito e al Caminada.
Laici Giorgio, che secondo quanto previsto dal piano operativo era posizionato fuori dallo stabile, ha riferito di essere salito al secondo piano dopo aver udito un trambusto e di aver visto Paleotti e Maggi con in mano la pistola che ostruivano la porta di ingresso dell'appartamento.
Immediatamente dopo gli spari quando già il Paleotti aveva provveduto ad ammanettare sulla ringhiera delle scale Xhafaj Edmond, il Laici, secondo la sua narrazione, si portò all'interno nell'abitazione per prestare i primi soccorsi ai feriti, notò la presenza di una donna e due bambini e procedette ad ammanettare Jaupai Luftar .Il Caminada, sempre secondo quanto esposto dal Laici, si trovava in fondo al corridoio in prossimità della porta che dava accesso al tinello, l'Hamza era disteso gravemente ferito al centro del corridoio mentre l'Ardito fu visto in gravi condizioni uscire dalla cucina .
Il Laici ha inoltre precisato che la porta di ingresso, prima dell'arrivo dei sanitari e degli altri militari rimase sempre aperta e che nell'eseguire la manovra di scarico della pistola del Deiana vide saltare un bossolo: tale circostanza fu riferita al capitano Caminada.
Ha, infine, raccontato il sottufficiale, che gli atti inerenti alla sparatoria furono compilati presso il Comando Provinciale di Arezzo,e che il verbale di arresto non era altro che la sintesi del contenuto delle singole annotazioni.
Il Carabiniere Prota Francesco  ha dichiarato di aver sentito due donne parlare dai balconi e successivamente, portatosi all'interno della palazzina di aver udito prima urlare "fermi Carabinieri "e poi grida indistinte di più persone. Vide scendere prima il Paleotti e successivamente gli altri partecipanti all'operazione; aiutò i commilitoni a trasportare l'Ardito prendendo e scaricando la sua pistola che successivamente consegnava al Laici.
Sempre il Prota ha affermato che sebbene egli non fosse mai entrato all'interno dell'appartamento, sottoscrisse il verbale di arresto in quanto comunque aveva preso parte all'operazione e non aveva motivo di dubitare della ricostruzione dei fatti offerta dai propri colleghi.
Anche i tre imputati di nazionalità albanese hanno fornito, dal loro punto di vista, la versione dei fatti per cui è processo.
Tutti e tre hanno riferito che la sera del 20/9/2000 si trovavano a cena insieme a Jaupaj Elza e al piccolo Eno mentre una bambina, sempre di tenera età era in camera a sentire la musica, dopo che per tutta la giornata avevano lavorato quale operai presso un cantiere edile. Ad un certo punto andò via la luce da tutti gli ambienti dell'appartamento e Elsa (sorella di Hamza ed Edmond e cognata di Jaupai Luftar) si affacciò prima alla finestra per accertarsi se tale inconveniente non si fosse verificato anche agli altri condomini, e poi apriva porta di ingresso. Xhafaj Edmond  ha dichiarato che in quel momento, sentendola sorella urlare e credendo di trovarsi di fronte da una irruzione di persone intenzionate a rubare si alzarono dalla tavola dirigendosi versi il corridoio. Il primo ad uscire dalla stanza fu l'Hamza che subito entrò in colluttazione con una delle persone che erano entrate; egli, per parte sua, si accorse che la sorella e il bambino erano sdraiati per terra vicino al bagno. In quel momento, sempre secondo il suo racconto, venne aggredito con un pugno da una persona, che non ha saputo riconoscere a causa della mancanza di illuminazione, con la pistola ed iniziò con lui, sempre pensando che si trattasse di un malvivente, un violento "corpo a corpo" nella zona di corridoio adiacente alla cucina (il punto individuato sulla planimetria è il 97,5 che indica una zona vicino la parete del corridoio opposta a quella della porta di ingresso). Ha escluso l'albanese di avere avuto in mano corpi contundenti; quando era ancora impegnato a lottare con il Carabiniere, in posizione di spalle alla porta di ingresso, sentì sparare più colpi di arma da fuoco provenienti dalle sue spalle senza tuttavia essere in grado di vedere chi li avesse sparato e dove fossero diretti; solamente nel corso della colluttazione, quando già erano stati sparati dei colpi, il suo aggressore si qualificò dicendo di essere un Carabiniere. L'Edmond ha inoltre dichiarato che quando gli spari cessarono si diresse verso la porta di ingresso dove vide altri due uomini con la pistola in mano, uno dei quali lo ammanettò contro la ringhiera del pianerottolo. La porta di ingresso fu chiusa; trascorso qualche minuto l'albanese venuto a conoscenza dalla sorella e dal Jaupaj che erano fuori con lui, del ferimento dell'Hamza con un violento calcio aprì il portone di ingresso. L'Edmond vide la sorella cercare di telefonare, con un apparecchio cellulare, prima all'avv. Santini e successivamente al 112. Dopo circa mezz'ora venne condotto in stato di arresto insieme al cognato presso il Comando di San Giovanni Valdarno per poi essere tradotti pressa Casa Circondariale di Arezzo.
L'Edmond ha precisato di non aver visto tra i Carabinieri che avevano effettuate l'irruzione alcuna persona ferita ad eccezione del Caminada che egli conosceva di vista.
Ha inoltre, puntualizzato l'imputato che, quando i militari entrarono, egli sentì delle urla ma non percepì né la frase "siamo Carabinieri" né l'espressione "questa è una rapina". Solamente quando riconobbe il capitano Caminada si convinse che gli autori della irruzione erano appartenenti alle forze dell'ordine. Ha, infine, escluso, l'Edmond di aver sentito subito dopo la sparatoria altre esplosioni di arma da fuoco.
Jaupai Luftar ha riferito che quando sentì le urla e il primo dei cinque o sei spari, egli, mentre Edmond e Hamza si erano alzati ed erano usciti dal locale cucina, si trovava ancora seduto a tavola ; uscito a sua volta dal tinello incrociò una persona, riconosciuta nel corso dell'esame nel brigadiere Ardito presente in aula, con la testa insanguinata che lo colpì sul labbro con il calcio della pistola; a quel punto sempre secondo la sua versione, egli reagì bloccando e conducendo verso la finestra il militare il quale disse di essere un Carabiniere; alle richieste di riconoscimento gli fece vedere il distintivo; terminata la sparatoria fu ammanettato dal Milo Laici che egli riconobbe.
L'imputato ha escluso sia di aver avuto in mano strumenti contundenti sia di aver colpito l'Ardito; ha altresì confermato l'albanese che tutta l'azione si svolse quando all'interno dell'appartamento c'era il buio, che la porta di ingresso fu chiusa e riaperta con un calcio dall'Edmond e che esauritosi il conflitto a fuoco non udì più altri spari.
Ha riferito il Luftar che nessuno dei militari intervenuti sul posto indossava la casacca con la scritta "Carabinieri" mentre quando fu accompagno ad Arezzo il m.llo Laici e un altro Carabiniere avevano addosso la pettorina.
Xhafaj Hamza ha dichiarato di aver sentito la sorella gridare, di essersi affacciato nel corridoio buio e di aver visto la sagoma di due o tre persone, uno dei quali aveva i capelli lunghi, e di aver scambiato quegli individui per ladri.
L'Hamza, sempre secondo al sua versione, sentì gridare più volte "fermi", una sola volta "fermi questa è una rapina" e vedendo passare una delle persone -riconosciuta nel corso dell'esame nel M.llo Deiana presente in udienza- con la pistola nella zona del corridoio compresa la porta del salone e quella che dava alle camera da letto (punti 82 e 107 della planimetria) con una mano afferrò il polso del braccio armato e con l'altra agguantò la canna della pistola; in quei contesto l'Hamza sentì uno sparo che proveniva proprio dalla pistola che aveva afferrato per la canna in quanto sentì un bruciore al palmo della mano; nonostante il dolore alla mano egli, secondo la sua versione dei fatti, non mollò la presa della pistola che non fu lasciata neanche dalla persona con la quale stava colluttando, mentre i due continuavano a lottare, con la pistola impugnata da entrambi che girava anche all'indirizzo della porta di ingresso, sentì gli altri colpi provenienti dalla porta di ingresso che lo attinsero al braccio e alla spalla e lo costrinsero ad accasciarsi al suolo essendogli venute a mancare le forze.
L'Hamza ha dunque decisamente scartato l'ipotesi che, anche per un breve lasso di tempo, egli si fosse impossessato della pistola sottraendola al Deiana ed ha precisato di aver visto due ombre davanti a sé e di aver individuato la provenienza dei colpi di pistola dalle fiammate delle armi dal momento che nel corridoio non c'era illuminazione.
Una volta caduto a terra l'Hamza perse conoscenza per poi rinvenire e dire alla sorella di prendere il cellulare e chiamare i carabinieri.
Solamente quando sentì il Caminada, anch'esso ferito, parlare a telefono qualificandosi con l'interlocutore, l'Hamza avrebbe realizzato che le persone entrate di forza erano Carabinieri.
All'esito dell'esame dell'imputato il pubblico ministero ha chiesto l'acquisizione della parte dell'interrogatorio reso dall'Hamza in sede di convalida dell'arresto davanti al G.I.P. del Tribunale di Arezzo dove veniva verbalizzato quanto segue " si da atto che l'arrestato mostra il palmo della mano destra, ove nella parte più interna si notorio piccole ferite che vengono ricondotte ad ustioni riportate". Nel corso dell'istruttoria sono stati sentiti numerosi testimoni; si darà contezza solamente delle deposizioni che il Collegio reputa in grado di apportare elementi utili ai fini della ricostruzione del fatto.
(omissis - dichiarazioni di vari testi esterni all'episodio)
Nel corso del dibattimento è stato sentito anche il consulente della difesa Caminada Deiana e Maggi, geom. Romanini Paolo il quale ha dedotto la completa infondatezza degli accertamenti balistici dell'ing. Averna che come sopra si è visto portano ad ipotizzare uno scenario in cui sarebbero stati esplosi più colpi di pistola sul piano del mobiletto sul quale sarebbe stata posta una piantana la cui base doveva servire per creare una specie di contrasto col piano del mobiletto nel cui interstizio fra i due oggetti, far penetrare i proiettili di pistola. Le considerazioni sottoposte al collegio dal consulente di parte contenute nella relazione prodotta all'esito dell'esame ( cfr. pagg. 207-226 delle trascrizioni relative all'udienza del 21/11/2005) sono le seguenti: a) il solco creatosi sulla base della piantana è l'esito del passaggio autonomo del proiettile nr. 8 (del verbale di accertamenti urgenti),che non decolla affatto ma fa il suo percorso in ragione della propria energia e velocità, e non deriva dalla sovrapposizione della stessa sul mobiletto. Tale affermazione risulta sorretta da precisi ed oggettivi riscontri costituiti in primo luogo dall'esame dalla pallottola stessa che evidenzia tracce di marmo del pavimento e tracce di legno più scuri rispetto a quello del mobiletto ed una polverizzazione propria più di un legno solido come il massello che di un legno
morbido tipo truciolato ed in secondo luogo dalla totale assenza di affumicatura nel punto di ingresso del proiettile sulla base della piantana che dimostra senza ombra di dubbio che lo sparo è avvenuto a distanza non ravvicinata; b) è da escludersi, come ipotizzato dall'ing. Averna, qualsivoglia interposizione tra la pistola e il piano di legno di uno straccio o un cuscino a! momento dello sparo - il che secondo l'ausiliare del Pm giustifica l'esistenza dell'affumicatura non all'interno del buco ma lontana- in quanto il proiettile ne avrebbe veicolato una quantità enorme di fibre che viceversa non sono state rinvenute sul mobiletto. L'esistenza dell'affumicatura dipende, secondo il Romanini, piuttosto dal fatto che lo sparo è avvenuto a poche centimetri dal punto attinto; e) il solco presente sul mobiletto, con le caratteristiche di lunghezza, larghezza e profondità e con l'effetto "schiena d'asino" e l'uscita binaria nella parte terminale è perfettamente compatibile con transito di un solo proiettile senza che alcun oggetto di qualsivoglia natura occupava lo spazio sovrastante. Se ci fosse stata la piantana appoggiata al mobiletto si sarebbe prodotto un canale ben più stretto e regolare; d) gli urti caudali delle pallottole possono essere ricondotti a normali deviazioni delle pallottole in un ambiente ristretto che hanno determinato impatti caudali; e) è possibile, ed è operazione molto agevole, da parte di qualsiasi utente verificare la presenza di un bossolo in camera senza provocarne l'espulsione. Le conclusioni assunte dal consulente della difesa poggiano su esperimenti documentati da fotografie e riprese con fotocamera che il Collegio ha avuto modo di esaminare direttamente grazie alla visione del filmato che riproponeva le prove degli spari su un materiale in truciolo

Di fronte all'evidente contrasto tra le tesi dell'ing. Averna e del geom Romanini, che non ha trovato componimento neanche attraverso il serrato confronto tra i due consulenti di parte, il Tribunale ha disposto perizia collegiale conferendo l'incarico all'ing. Benedetti Piero e al prof. Torre Carlo.
Va subito anticipato che gli esiti della perizia confermano i rilievi e le osservazioni sviluppate dal geom. Romanini e smentiscono in modo secco e categorico le risultanze della consulenza dell'ing. Averna, le cui ipotesi ricostruttive, giova ribadirlo, hanno indirizzato il pubblico ministero verso la formulazione di buona parte delle imputazioni ascritte ai militari dell'Anna.
L'attività compiuta dai periti e i risultati cui gli stessi sono pervenuti ( contenuti nella relazione depositata e riferiti in udienza a pagg. 3-60 del verbale fonoregistrato) possono essere riassunti come segue: sono stati effettuati degli spari con le pistole in giudiziale sequestro ed è stato esperito un confronto con microscopio comparatore tra i bossoli e le pallottole sperimentali sparati e quelli repertati .Le caratteristiche morfologiche delle impronte hanno consentito di individuare con certezza le armi che hanno sparato i reperti. In particolare la pistola Beretta mod. 92 in dotazione all' app. Paleotti ha sparato il bossolo reperto nr. 3, quella in dotazione al V.Brig. Ardito ha sparato il bossolo nr. 9/B e quella dell'app. Deiana il bossolo repertato al nr. 12 .Gli elementi acquisiti, ed in particolare l'esame comparativo all'apparecchio ottico dell'andamento e della posizione delle microstrie presenti, sono stati comunque sufficienti ad identificare anche le armi che hanno sparato le cinque pallottole repertate. La pallottola estrada dal corpo di Hamza è stata attribuita alla pistola in dotazione al Maggi  così come quella rinvenula nel taschino del "gilet" indossato dall'app.to Deiana; la pallottola di cui al rep. 8 all'app. Paleotti, quella di cui al rep. nr. 12 al v.brig Ardito ed infine il proeittile di cui al rep. 9/A è risultato preveniente dall'arma del Daiana. Sulla scorta delle indagini consistite nell'esaminare attentamente e nel comparare la morfologia e le dimensioni dei calchi delle scalfitture con la morfologia e le dimensioni delle pallottole repertate rinvenute nell'appartamento e di quella consegnata dal Deiana si è appurato che le scalfitture nrr. 5 e 10 degli accertamenti urgenti sono state prodotte dalla pallottola nr. 9/A fuoriuscita dal solco presente sul mobiletto disposto contro la parete destra del corridoio e la scalfittura nr 8 è stata provocata dalla pistola consegnata dall'app. Deiana.
Le analisi compiute con il microscopio elettronico a scansione sulla pallottola repertata al nr. 8 (attribuita all'app.Paleotti) e rinvenuta a 15 cm dalla parte destra hanno evidenziato un appiattimento della stessa, dovuto allo strisciamento contro il pavimento, e alcune striature sulla superficie opposta causate dall'attrito contro il legno della piantana. Tali elementi messi in correlazione con le caratteristiche del solco rilevato sulla base della piantana rendono altamente compatibile una traiettoria della pallottola che, diretta a partire dalla porta di ingresso da destra verso sinistra e dall'alto,verso il basso, dopo aver impattato sul pavimento a pochi centimetri dalla piantana, si è incuneata tra la base della stessa ed il pavimento, ha successivamente rotto la base del battiscopa scalfendo l'intonaco della retrostante parete e rimbalzando all'indietro. I consulenti hanno proceduto ad attenta analisi del mobiletto e, sempre avvalendosi del microscopio elettronico a scansione sui prelievi effettuati sulle superfici del solco, hanno rilevato la presenza di residui di sparo (particelle di antimomio e bario) nel tratto iniziale e l'assenza di particelle di piombo. La presenza dei primi e l'affumicatura rilevata sulla superficie adiacente del foro d'entrata dimostra, a giudizio degli ausiliari del Tribunale, che fra la superficie adiacente al foro d'entrata e la bocca della canna dell'arma non erano stati interposti diaframmi. Le prove di sparo effettuate sul mobiletto con la pistola Beretta 92 SB in dotazione Deiana hanno dimostrato, come si evince dalla documentazione fotografica allegata all'elaborato peritale (cfr. foto da n 304 a 310) il riprodursi di tracce di affumicatura, piccoli incisioni puntiformi nel legno, aventi dimensioni e posizioni corrispondenti rispetto al solco originale. Si evidenzia inoltre come la pallottola abbia inciso la superficie del piano superiore del mobile producendovi alterazioni del tutto simili per dimensioni e morfologia a quelle prodotte da quella sparata in occasione del fatto per cui è causa.
L'esperimento, quindi,  ha confermato in modo inequivocabile che il solco rilevato sulla superficie del mobiletto è stato provocato dall'impatto di una sola pallottola quando l'asse longitudinale della canna era pressoché perpendicolare all'asse longitudinale sinistro del piano dell'immobile .
L'affumicatura presente nelle parti prossime al foro di entrata consente di ritenere che la bocca della canna si trovava a pochi centimetri dalla superficie colpita quando il colpo è stato sparato.
Il colpo è stato certamente sparato direttamente contro il mobile senza disporre di cuscini o altri diaframmi fra la bocca della canna e il punto di impatto della pallottola che, dopo aver prodotto il solco, è stata deviata verso l'alto colpendo la prete retrostante e producendo la scalfittura nr.5 per poi rimbalzare all'indietro conservando energia sufficiente per produrre la scalfittura nr. 10 nella parte opposta ( cfr. fotografie dal nr. 263 al nr. 268 dell'allegato peritale) Con riferimento alla questione dell'inceppamento dell'arma del Deiana, l'esame del bossolo attribuito a tale arma ha consentito di accertare, previa comparazione con altri bossoli di cartucce sparate con la stessa arma, che non vi è stata espulsione dall'arma; il bossolo sparato è stato, quindi, reintrodotto nella camera di cartuccia ed ha determinato l'inceppamento dell'arma.
La mancata espulsione del bossolo trova giustificazione in un rallentamento della corsa di rinculo del carrello otturatore il quale, spinto dalla molla di recupero è tornato avanti reintroducendo il bossolo sparato nella camera di cartuccia ( cfr. sul punto fotografie 318-332 che documentano le prove specifiche effettuate). Il fenomeno di diminuzione del movimento del carrello otturatore è da ricondurre con tutta probabilità all'azione della mano con la quale Xhafaj Hamza stringeva la pare anteriore del fusto e delle superfici esteme del carrello-otturatore e della canna.
Abbandonata la presa, il carrello otturatore è tornato in avanti reintroducendo il bossolo nella canna che ben poteva essere visto, come inconfutabilmente dimostrato dagli esperimenti effettuati, facendo arretrare di 20 mm il carrello otturatore. Gli ultimi accertamenti, effettuati attraverso prove di sparo, esami di comparazioni ed indagini compiute con il microscopio elettronico, compiuti dai periti sono stati quelli volti ad individuare le traiettorie del proiettili.
Sui reperti nr. 8/A ( attribuito alla pistola del Paleotti) e nr 9/A ( attribuito alla pistola del Deiana) si è già sopra dato conto.
La pallottola nr. 12 ( sparata dalla pistola del vice Brig. Ardito ) è quella che ha attinto il cap. Caminada trapassando nella sua gamba sinistra dopo avergli fratturato l'osso. Nel nucleo centrale sono stati individuati numerosi frammenti di osso e fibre. Il ritrovamento del bossolo della stessa arma sul tappeto del locale-tinello (cfr. foto nr. 50-53 degli accertamenti urgenti sullo state delle cose e dei luoghi) nonché le dichiarazioni rese nel corso del dibattimento, consentono individuare l'origine della traiettoria in prossimità della porta di accesso del tinello ove l'Ardito stava colluttando con le persone che risiedevano nell'appartamento. L'andamento del colpo è stato inclinato dall'alto verso il basso e verosimilmente diretto verso la parete ove si apre la porta di ingresso dell'appartamento. La traiettoria della pallottola consegnata dall'app. Deiana, sparata dal Maggi ha avuto una inclinazione da sinistra verso destra e dall'alto verso il basso ed ha avuto origine in prossimità della porta di ingresso all'appartamento (cfr. fotografia nr 339 del fascicolo fotografico) .
La pallottola estratta dal corpo di Xhafaj Hamza, attribuita al Maggi, è penetrata nel braccio sinistro, ha fratturato l'omero e la scapola e si è arrestata posteriormente nei tessuti molli.
Dato che il conteggio dei colpi mancanti dal caricatore di ogni arma coincide con il numero dei bossoli rinvenuti nell'appartamento, risulta evidente che non è stata repertata una delle pallottole sparate dall'arma del Maggi.
Trattasi, con ogni probabilità di quella che ha prodotto la scalfittura nr. 11/B rilevata sulla parete opposta a quella ove si apre la porta di ingresso allo appartamento.
Per quanto attiene alla pallottola che ha colpito di striscio l'Ardito i consulenti hanno formulato due ipotesi: la prima che si trattasse della pallottola che successivamente ferì il Caminada partita accidentalmente nel corso della colluttazione; la seconda che il proiettile che fosse da individuare fosse quello partito dall'arma del Paleotti prima che la pallottola impattasse il pavimento provocando il solco sotto la base della piantana e la rottura del battiscopa retrostante.
I risultati cui sono pervenuti i periti Benedetti e Torre appaiono ineccepibili sotto il
profilo tecnico-scientifico e non possono che essere recepiti da questo Tribunale.
Rispetto alla consulenza tecnica dell'ing. Averna, basata sul solo esame visivo dei
reperti o su deduzioni personali ed opinabili, prive di alcuna doverosa verifica sperimentale
, le conclusioni dei due periti, oltre che rispondenti ai principi di tecnica  balistica, appaiono sorretti da corretti accertamenti eseguiti  con adeguati strumenti (microscopio elettronico a scansione), e attraverso prove, sperimentazioni
e comparazioni effettuati sui mobili sequestrati.
Ma vi e di più. Le ricostruzioni tecnico-balistiche eseguite dai periti sono maggiormente in linea con le risultanze dell'istruttoria dibattimentale.
Nessuno delle innumerevoli persone sentite (imputati, testimoni che abitavano nel palazzo dove si trovava l'appartamento oggetto dell'irruzione) ha mai visto persone sparare deliberatamente contro la piantana né sono stati sentiti esplodere più di 5/6 detonazioni. Tutti hanno riferito di colpi sparati a brevissima distanza di tempo tra loro.
I militari sono rimasti da soli all'interno dell'appartamento con l'Hamza a terra ferito solamente per qualche minuto (gli altri due imputati e Jaupaj Elza hanno infatti dichiarato che l'Edmond dopo uno massimo due minuti aprì la porta con un calcio ) ; immediatamente dopo iniziò l'afflusso delle altre forze dell'ordine e dei sanitari. E' quindi impossibile che in tale breve lasso di tempo i Carabinieri presenti all'interno dell'unità immobiliare, ancora sotto comprensibile shock per il fatto di sangue, abbiano avuto modo e tempo di concertare l'immutazione dello stato dei luoghi e, subito dopo, attuare tale proposito sovrapponendo la piantana al mobiletto, sparando i colpi, frapponendo tra la pistola e la piantana un cuscino o altri indumenti, di cui non vi è traccia, e facendo sparire proiettili.
Non si comprende poi quale fosse lo scopo di tale artificiosa messa in scena. Le risultanze della perizia, valutate unitamente alla complessa istruttoria orale di cui sopra si è dato conto, consentono di ricostruire nella maniera più attendibile possibile le fasi della sparatoria precisando sin d'ora che alcuni particolari della complessa vicenda posta al vaglio di questo Tribunale non hanno trovato esaustivo e definitivo chiarimento.
(omissis - considerazioni sulla probabile ricostruzione dei fatti; assoluzione degli albanesi i quali non avevano capito che chi era entrato in case erano Carabinieri)
Capo c) imputati Laici Giorgio Maggi Enrico,Paleotti Paolo, Deiana Angelo, Piota Francesco e Caminada Emanuele del reato di cui agli artt 110, 61 nr. 9, 374 comma 2 cp perché, in concorso tra loro e previo accordo, con violazione dei doveri inerenti la loro pubblica funzione, dopo aver eseguito una perquisizione domiciliare presso l'appartamento occupato da Jaupaj Luftar, Xhafaj Edmond e Xlialaj I lam/a nel corso delle quali taluni facevano uso di arma da fuoco provocando il ferimento di Xhafaj Hamza, al fine di ostacolare le attività di raccolta delle tracce del fatto da parte dell'autorità giudiziaria e di alterarne i risultati, immutavano artificiosamente lo stato delle cose e luoghi, in relazione al numero dei colpi sparati,, alla loro provenienza e direzione (fra l'altro simulando l'inceppamento della pistola del Deiana e, procurandosi esplodendo dei colpi contro un mobiletto, almeno tre proiettili, da usare per alterare il numero e la provenienza dei colpi di arma da fuoco esplosi durante l'azione).
Le risultanze della perizia nonché le altre emergenze istruttorie hanno dimostrato la totale inconsistenza di tale impianto accusatorio basato su accertamenti balistici del consulente del pubblico ministero rivelatisi del tutto erronei e fuorvianti. Si è diffusamente dato conto nella parte dedicata all'esame delle risultanze dibattimentali come i solchi rilevati sul mobiletto e sulla base della piantana non siano stati provocati da più spari esplosi deliberatamente dai Carabinieri dopo il conflitto a fuoco ma ciascun arredo fu raggiunto da un singolo proiettile.
Il colpo che ha attinto il mobiletto è stato sparato a brevissima distanza dalla pistola del Dieana mentre quello contro la piantana risulta esploso dalla pistola del Paleotti.
Sono stati, inoltre, indicati gli elementi probatori che corroborano tale ricostruzione.
Si sono esaurientemente illustrati gli accertamenti tecnici e fattuali che hanno indotto i periti a ritenere ragionevole ed accettabile l'ipotesi di un inceppamento dell'arma del Deiana consegnata al Laici rilevabile facendo arretrare il carrello otturatore di almeno 20 mm. Tale operazione rendeva possibile stabilire quale elemento ( proiettile o bossolo) si trovasse all'interno della canna.
Nessuna alterazione del numero e della provenienza dei colpi d'arma da fuoco è stata posta in essere dai militari.
E' stato infatti accertato che a fronte dei sei bossoli esplosi sono stati repertati 5 proiettili. Di tali proiettili gli ausiliari del giudice hanno individuato origine, traiettoria, percorso e destinazione finale; del proiettile mancante, attribuibile all'arma del Maggi è stato fondatamente ipotizzato una dispersione dovuta a frammentazione da urto con un oggetto duro.
Il pubblico ministero prendendo atto degli inequivocabili esiti della perizia ha chiesto l'assoluzione di tutti gli imputati ad eccezione del Deiana ritenuto responsabile del reato di frode processuale per aver sottratto, senza alcun previo accordo con gli altri, il proiettile fatto recapitare agli inquirenti a distanza di due giorni dalla sparatoria
Ritiene il Collegio che si è di fronte ad un fatto nuovo, che avrebbe dovuto essere oggetto di espressa contestazione non solo perché della dedotta e specifica condotta della sottrazione del proiettile non vi è traccia nel testo dell'imputazione ma anche perché il pubblico ministero, escludendo che il Deiana abbia agito previo concerto con gli altri militari, prospetta un reato mono-soggettivo laddove nel libello accusatorio si fa riferimento ad una fattispecie concorsuale.
Gli imputati vanno quindi assolti dal reato perché il fatto non sussiste.
Capo d) (omissis - tratta della accusa ai CC di aver verbalizzato circostanze non veritiere; è chiaro che stante la rapidità e caoticità dell'azione, ciò che riferiscono le parti non può che essere largamente approssimativo)
Capo f) imputati Maggi Enrico e Paleotti Paolo del delitto di cui agli artt 56-575 perché, esplodendo vari colpi di arma da fuoco con le loro pistole d'ordinanza verso Xhafaj Hamza ad altezza d'uomo e a distanza inferiore a tre metri attingendolo la braccio sinistro, alia spalla e al braccio destro e causandogli la frattura pluriframmentaria del terzo prossimale de! braccio sinistro, la frattura del dell'angolo inferiore della scapola omolaterale del quarto arco costale di sinistra, compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco a cagionare la morte .Evento non verificatosi perché i proiettili non attingevano organi vitali.
Gli accertamenti peritali nonché le dichiarazioni confessorie degli stessi imputati non pongono problemi di sorta in ordine alla individuazione degli autori dell'azione materiale.
Anche per tale condotta tuttavia, ad ulteriore dimostrazione della situazione di drammatica ambiguità ed equivocità ingenerata dall'improvvida operazione di perquisizione domiciliare può essere riconosciuta l'esimente putativa dell'uso legittimo delle armi.
(omissis - seguono considerazioni in diritto e il dispositivo) 
Arezzo, 19/6/2006.

 

(Scritto nell'ottobre 2006)

 


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