Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Caso Orefice - Abnormità giuridiche

Vi è un caso eclatante che dimostra quali abnormità giuridiche e quali rischi di errori giudiziari contiene il nostro sistema penale in cui troppo spazio è lasciato alle iniziative personali dei PM.
Mi riferisco al caso Orefice più volte all’onore delle cronache.
A Pistoia i fratelli di Caserta Luigi e Rosario Orefice gestivano una carrozzeria con problemi finanziari. Alla fine dell’aprile 2010 Rosario Orefice spariva. Dopo le prime indagini, squadra mobile e procura della Repubblica si convincevano che Rosario fosse stato ucciso dal fratello Luigi. Motivi di questo convincimento erano:
- Luigi aveva fatto dei debiti e dei pasticci contabili e non voleva che il fratello ne venisse a conoscenza;
- Luigi non andava molto d’accordo col fratello fin dall’infanzia;
Luigi Orefice veniva indagato e contestava le ipotesi dell’accusa facendo presente che il fratello era solo formalmente titolare dell’azienda, che i soldi ce li aveva messi anche lui, che se ci fossero stati disaccordi non si sarebbero certo tu messi assieme in una impresa commerciale. Pare che Luigi fosse in relazione con una donna romena e che questa abbia confidato alla polizia che egli voleva uccidere il fratello. Luigi riferisce invece che era Rosario ad avere una relazione con una donna romena. Sta di fatto che questa donna sentita dalla polizia è sparita e la sua testimonianza non esiste.
Come si vede a carico di Luigi orefice non vi era assolutamente nulla:
- non vi era la prova che Rosario fosse morto;
- non erano state trovate tracce di azioni violente;
- le ipotesi formulate da polizia e PM non erano neppure indizi ma solo interpretazioni in malaparte di situazione normali e che normalmente non giustificano certamente un omicidio. È mai possibile che non si sappia più neppure distinguere fra un sospetto ed un indizio! Se viene uccisa la moglie di un tizio che ha un amante, come qualche milione di italiani, questo marito può essere sospettato, ma non vi è alcun indizio a suo carico. Se egli le ha fatto delle serie minacce di morte quello è solo un vago indizio. Se dopo le minacce moglie è scomparsa vi è solo un sospetto, ma nessun indizio, perché la moglie potrebbe essere scappata proprio a causa delle minacce.
Di fronte a questa situazione, che per una normale giustizia neppure avrebbero giustificato di indagare formalmente Luigi in quanto egli era e restava un semplice sospetto, la procura chiedeva al gip un ordine di cattura; il gip respingeva la richiesta, ma successivamente la procura ripresentava la domanda che veniva accolta (così mi pare di capire dalle notizie di stampa). Contro l’ordine di cattura Luigi proponeva ricorso al tribunale della libertà che lo accoglieva affermando che gli indizi non erano sufficienti. E questa era la soluzione corretta come dimostra il comportamento della giustizia in altri casi analoghi, ad esempio la scomparsa di Roberta Ragusa.
Di fronte a una tale decisione di un collegio di giudici la procura avrebbe avuto il dovere di prenderne atto e di capire che con gli elementi in sua mano non poteva arrivare da nessuna parte.
Ebbene, nonostante il giudizio del tribunale, essa concludeva le indagini e convinceva un GUP a rinviare a giudizio Luigi Orefice di fronte alla corte d’Assise di Firenze per omicidio premeditato.

Da questo punto mi fermo nella esposizione dei fatti perché nel corso del dibattimento è emerso un fatto nuovo che apre scenari investigativi nuovi, ma che però nulla cambia alla abnormità di quanto è accaduto in precedenza. Il 27 marzo 2014 nella carrozzeria di Luigi Orefice è stato rinvenuto per caso un bidone nascosto dietro una canna fumaria e contenente un cadavere. Se risulterà, come probabile, che è il cadavere di Rosario e che egli è morto per causa violenta, allora si avrà almeno la prova che vi è stato un omicidio e Luigi dovrà certamente spiegare come sia stato possibile l’occultamento nella sua carrozzeria a sua insaputa. Ma comunque il processo rimane indiziario e per ora, in mancanza di altri elementi, non si può certo condannare una persona perché da piccolo litigava col fratello e per un movente che non è patrimoniale, ma a quanto pare solo un fatto di immagine.
Segnalo solo il fatto curioso che la carrozzeria era stata a accuratamente perquisita dalla squadra mobile con i loro famosi “cani molecolari” e non avevano trovato nulla, ragione per cui neppure si sa quando il cadavere è stato occultato. Ho già scritto altrove che chiamare “cani molecolari” normali cani da fiuto è una manifestazione di stupidità di chi li utilizza e che vuol darsi arie da scienziato; questa bislacca definizione dei cani da fiuto è una invenzione della nostra polizia e invano si cercherebbe in inglese il termine molecular hound o dog in questo senso. E probabilmente si ignora che nella ricerca di tracce la capacità del cane deve sommarsi con la capacità del suo conduttore e che non contano le molecole ma i neuroni!

È facile comprendere come questo modo di agire sia una oscenità giuridica e culturale. Dalla rivoluzione francese il cittadino moderno lotta per non essere giudicato in base a sospetti o fantasie degli investigatori, sono cento anni che si è capito che in un processo penale gli indizi da soli non servono a nulla, sono cinquant’anni che si è capito che è una prova merita tal nome si è inoppugnabile.
È vero che il diritto americano si può essere condannati o assolti in base all’opinione che sulle prove si è formata una giuria di persone qualunque, la quale spesso tiene conto del colore della pelle dell’imputato e della simpatia o antipatia che ispira, ma non è certo un metodo da paese civile e di una giustizia civile e lo si vede dalla massa di errori giudiziari commessi con quel sistema. Dovrebbe essere ovvio che una persona non può essere giudicata in base all’opinione delle persone, seguendo il principio, ben espresso da un umorista, “Un coglione può sbagliarsi, cinquanta milioni di coglioni no”. Sarebbe come far decidere se Berlusconi è colpevole o innocente con un referendum popolare!
Solo una giustizia drammaticamente allo sbando può consentire. come spesso avviene, che venga messo in carcere o che si inizi un giudizio contro persone senza alcuna prova, ma solo in base a sospetti. Con questo sistema si rovina la vita di un cittadino, lo si incarcera, lo si costringe a spendere quanto ha in avvocati, si fanno spendere una marea di euro allo Stato, pur sapendo che è certo che alla fine l’imputato potrà essere solamente assolto. I giudici che hanno sbagliato non pagheranno mai e ogni danno da risarcire ricadrà sui cittadini; come ho già scritto altre volte “è molto facile fare il frocio col culo degli altri”!
La costituzione stabilisce che può essere condannato solo colui la cui colpevolezza viene accertata oltre ogni ragionevole dubbio. È drammatico che i primi a non osservare questa regola siano proprio i giudici che insistono a prolungare all’infinito processi penali indiziari, vale a dire con elementi che orientano verso una certa direzione, ma che non dimostrano nulla di certo, e persino dopo che l’imputato è stato assolto nei gradi di giudizio precedenti. Se un collegio di magistrati ha ritenuto che un imputato è innocente come si può ritenere superato ogni ragionevole dubbio solo perché un altro collegio la pensa diversamente? Per condannare ci vogliono dati certi, non opinioni discutibili di pubblici ministeri, di parti civili, di periti improvvisati e contestati.

 

 

 

 


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