Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Diego Verdegiglio - Le prove a Terni sul caso Kennedy

Ospito volentieri un documentato articolo di Diego Verdegiglio che da molti anni studia con passione il caso Kennedy.

Alla fine di giugno del 2007 l’Ansa ha reso pubblico un test di tiro effettuato presso l’Arsenale Militare di Terni tendente a dimostrare l’impossibilità che Lee Harvey Oswald, usando un Mannlicher Càrcano 91/38 calibro 6,5 prodotto nel 1940 nella città umbra, possa aver da solo assassinato il presidente Kennedy e ferito il governatore del Texas John Connally a Dallas il 22 novembre 1963.
In qualità di autore del volume “Ecco chi ha ucciso John Kennedy” (Mancosu Editore, Roma, 1998) ritengo che le affermazioni, che definirei, come minimo, inconcludenti del giornalista dell’Ansa Claudio Accogli e del Tenente Colonnello Benigno Riso di Terni, riprese dai più importanti organi di informazione italiani e stranieri, meritino da parte mia una lunga e seria confutazione, fatta con la collaborazione del perito balistico dottor Vero Vagnozzi di Roma. Il fatto che il test sia stato condotto da ufficiali in divisa per conto dell’Ansa, notissima agenzia stampa a livello internazionale (fornitrice di molto materiale fotografico pubblicato nel mio libro), e nello stabilimento dell’Esercito dove nacque il fucile di Oswald, dovrebbe conferire al tutto la patente di credibilità e affidabilità, ed è esattamente questo lo scoop che ha reso valida agli occhi dei profani e di molti giornalisti la prova di Terni. Essa è accettata senza discussione perché va incontro ai più reconditi desideri dietrologici (e soprattutto all’ignoranza di balistica e medicina legale) della maggior parte dell’opinione pubblica nei confronti delle “nefandezze del Potere”. Chi non vi si adegua è un ingenuo, un venduto, magari sul libro paga della CIA o dell’FBI. Accogli, che ho raggiunto telefonicamente, non intende confrontarsi con me sul suo test e non vuole rispondere alle mie domande. Riso non mi rilascia dichiarazioni senza preventiva autorizzazione dello Stato Maggiore dell’Esercito.
Tuttavia, la pochezza della prova è a mio avviso evidente a tutti i non profani, anche se ammantata dall’attenzione dei media, e per questo resa in qualche modo “digeribile” per i lettori e i telespettatori. In corsivo scrivo qui di seguito quanto Accogli e Riso dicono nei filmati resi pubblici sul sito www.ansa.it. Ad ogni affermazione segue il mio commento, corredato di altri pareri:

1) Ansa: La pallottola camiciata Full Metal Jacket calibro 6,5 del fucile italiano è chiamata “pallottola umanitaria” per la sua stabilità e per la scarsa lesività quando impatta esseri viventi. Normalmente attraversa il corpo da parte a parte e fuoriesce senza provocare grandi danni. Quel fucile era del tutto inadeguato per un attentato del genere. I test sul Càrcano matricola C2766 ritrovato a Dallas non si possono più fare: nel 1978 gli esperti hanno scoperto che la rigatura della canna era ormai troppo logora, tanto da non essere più compatibile con i test del 1964.
Quanto sopra detto non è esatto. L’esperto balistico dell’FBI Robert Frazier, che usò il fucile di Oswald per la Commissione Warren, dichiarò sotto giuramento che “non vi era bisogno di un particolare addestramento per sparare con un fucile dotato di mirino ottico… I proiettili fabbricati per il Càrcano dalla Western Cartridge Company sono molto accurati e molto affidabili e non hanno dato problemi di nessun tipo in dozzine di test… Era un’arma adatta a quell’attentato” (Testimony of Robert A. Frazier, Warren Commission Hearings Vol. III, pp.  411-414, 449).
L’esperto di armi americano Art Pence sostiene che “il Càrcano è un buon fucile da guerra, adatto per uccidere e accurato quanto il fucile statunitense M-14… La pallottola 6,5 del Càrcano è più pesante dal 30 al 50 per cento rispetto ai proiettili dello stesso diametro e viaggia alla stessa velocità (circa 680 metri/sec) del fucile d’assalto sovietico AK-47… Alcuni cacciatori usano la cartuccia 6,5 per abbattere grossi animali (in G. Posner, Case Closed, Warner Books, 1994, p. 104). Ecco quanto scrivo nel mio libro a proposito del fucile di Oswald: “Il fucile italiano di Oswald in effetti non è eccezionale, ma ciò non impedisce, nonostante lo scetticismo di qualche giornalista italiano, come Lucio Manisco, Tito De Stefano o Michelangelo Notarianni, che con quell’arma si sia potuto compiere l’attentato di Dallas. Alcuni (come Giovanni Minoli a Mixer), equivocando sul tipo di munizioni utilizzabili, parlano di arma umanitaria, ergo inefficace. Stone fa dire a Garrison / Costner, nel suo film, che quella  è  l’arma lunga peggiore del mondo. Residuato bellico italiano venduto per posta, la carabina prodotta a Terni è sì un’arma ibrida (otturatore Mauser, meccanismo di caricamento Mannlicher) e non molto raffinata, ma non per questo meno efficace, per precisione, sicurezza e potenza di fuoco, di altri prodotti dello stesso tipo: inferiore, tuttavia, al suo diretto antagonista, il Lee-Enfield a dieci colpi.
Pierangelo Caiti, nella sua opera sulle cartucce militari, pur sottolineando che il ’91 presenta difetti meccanici e munizionamento scadente, cause d’inceppamenti e scarsa manovrabilità dell’otturatore, riconosce all’arma una certa maneggevolezza, soprattutto nei confronti del Lee-Enfield Mark IV.  Scrive John Weeks (Armi leggere…, IGDA, NO, 1979): “Citeremo anche un esperimento di alcuni anni fa in cui il ’91 di serie 1936 battè il Garand [ritenuta un’arma migliore, N.d.A.], provando con ciò che la cartuccia 6,5 era più che letale se usata in maniera adeguata. Non solo, ma provando anche che, in quanto a precisione, un Càrcano valeva qualsiasi altro fucile della sua categoria, e forse più”. Il Männlicher Càrcano è chiamato anche Mauser Parravicino ed è in effetti un Mauser modificato da un ufficiale italiano con questo nome: non a caso i primi poliziotti che scoprono il fucile di Oswald, fra questi Seymour Weitzman e l’onnipresente vicesceriffo Roger D.Craig, parlano di un Mauser, creando confusione e sospetti fra i ‘complottisti’. Lo stesso Mark Lane, tuttavia, pubblica nel suo volume L’America ricorre in appello due foto comparative del Mannlicher 6,5 e del Mauser 7,65: le due armi sono molto simili e solo un esperto riuscirebbe a distinguerle. Non erano certo esperti di fucili italiani i poliziotti di Dallas. Il perito dell’FBI Robert Frazier ammise davanti alla Commissione Warren che l’arma di Oswald presentava segni di corrosione e di uso eccessivo, ma che ciò non poteva aver ostacolato i tiri di Oswald.
Un critico complottista della prima ora, Harold Weisberg, è costretto a convenire che ‘non c'è motivo di dubitare che quel buon vecchio ’91 da dieci dollari riuscisse a fare con precisione il suo dovere’. ‘Come arma da fuoco - scrive Jim Moore in Conspiracy of One  - il Càrcano è formidabile e preciso, affidabile e solido... La sua economicità e vetustà sono la prova migliore di un Oswald solitario con scarsi mezzi economici’. Queste caratteristiche dell’arma mi sono state confermate a Roma anche dal perito balistico Antonio Ugolini, dall’armiere Guerrino Di Clavio e dall’ex-campione olimpionico di tiro al piattello Edoardo Casciano. L’esperto forense Enrico Manieri mi scrive una sua opinione: “Il fatto che il Càrcano non abbia fama di arma precisa deriva proprio dal tipo di lavorazioni meccaniche e dalla qualità dei materiali impiegati. Su questo punto c’è poco da dire, se non che le prestazioni del fucile erano oneste, ma non certamente all’altezza di un Mauser tedesco. Segnalo inoltre che, ai nostri giorni, anche nelle gare per ex-ordinanza, il ’91 non regge il confronto con il Mauser o con l’Enfield. Altro argomento da considerare è il costo di acquisto del fucile comprato da Oswald: si trattava di un residuato, in cui il cannocchiale, se pur economico, costava di più, in proporzione, del fucile stesso: questa è la prova migliore di un Oswald che non navigava certo nell’oro. Ciò non significa affatto che quel tipo di arma fosse completamente imprecisa, quanto piuttosto che la produzione di serie fosse contraddistinta da fucili dotati di buone prestazioni ed altri poco riusciti, cioè la maggioranza. Normalmente dai fucili che si distinguevano per rosa di tiro venivano selezionati quelli destinati ai tiratori di miglior livello e i migliori fra questi dotati di mira telescopica per i tiratori di precisione. E’ però un fatto che questi esemplari siano rarissimi anche solo nei ricordi di guerra, perché l’esercito italiano non è mai stato un esercito che privilegiava i reparti d’elite ma è sempre stato un esercito di popolo. In pratica, il tiro di precisione non è proprio nel dna del soldato italiano, tanto è vero che non esistettero in pratica scuole di specializzazione per tale tipo di impiego. Nella prima guerra mondiale si supplì con cacciatori delle zone montane, abituati alla caccia in montagna, ma la cosa fu piuttosto estemporanea. Il tiratore d’elite è di fatto un professionista che si autogestisce, uccide a sangue freddo e deve avere altissime doti tecniche e fisiche, nonché capacità di decisione e di azione immediate, oltre ad equipaggiamenti all’altezza della situazione. Fra le altre cose, tra i soldati italiani sia della prima che della seconda Guerra mondiale (fronte russo), c’era un sentimento diffuso che il tiro del cecchino fosse qualcosa di disonorevole e vigliacco. Normalmente un cecchino non veniva fatto prigioniero... Nel caso JFK, tuttavia, gli accertamenti balistici dell’FBI sono stati adeguati allo stato delle conoscenze dell’epoca e sono stati svolti secondo i canoni di una corretta raccolta delle prove. Segnalo anche che le domande della Commissione sono state particolarmente interessanti laddove hanno voluto precisare, nel sentire l’agente speciale FBI che ha curato le indagini balistiche, anche i criteri di valutazione, in particolare sulla presenza di elementi comuni/assenza di elementi diversi: si tratta di una precisazione non da poco che depone a favore del senso critico della Commissione, perché non è solo una questione di metodo, ma anche di logica nella valutazione del corpo di evidenze raccolte… In quanto all’impossibilità di riutilizzare l’arma di Oswald per comparazioni balistiche nel 1978, non significa che l’arma fosse inservibile, ma solo che, perfettamente funzionante, lasciava sul proiettile tracce completamente diverse da quelle lasciate in occasione dell’omicidio di JFK”.
Io non ho mai sparato con fucili in vita mia, né ho svolto il servizio militare. Tuttavia, grazie alla cortesia del dottor Martino Farneti, allora Direttore della Sezione Ricerche Balistiche della Polizia Scientifica Criminalpol di Roma, ho potuto provare nel 1996 a sparare con un ’91 senza telescopio e privo di cinghia, centrando in circa 8 secondi tre sagome poste a sinistra, al centro e a destra alla distanza di venticinque metri, da posizione seduta. Lo stesso risultato ho raggiunto sparando di seguito con un cal. 22 dotato di ottica 4x.
Nel film di Stone si sottolinea il difetto di allineamento del mirino telescopico di Oswald, che sposta in basso a destra, ma non si fa cenno a due fattori importanti: il primo è che nessuno sa se il lieve difetto del cannocchiale fosse dovuto a un urto del fucile dopo l’attentato, forse durante il tentativo di nasconderlo infilandolo sotto una pila di scatoloni di libri, o a un maldestro smontaggio effettuato dalla polizia di Dallas durante la ricerca di impronte digitali, prima che l’arma venisse spedita all’FBI di Washington; il secondo è che, anche se il fucile fosse stata difettosa prima dell’assassinio, un tiratore con un minimo di pratica di quell’arma avrebbe trovato il modo di collimare leggermente in alto e a sinistra, correggendo così il difetto e centrando perfettamente il bersaglio.
Da non sottovalutare il fatto che il percorso dell’auto presidenziale aiutava il puntamento deviando leggermente da sinistra verso destra e in discesa lungo Elm Street. ‘Visto da quassù - scrive Giuseppe Josca - è un bersaglio facile e vulnerabile, incredibilmente vicino’. Due istruttori al tiro del Corpo dei Marines che hanno provato l’arma di Oswald, il maggiore Eugene D.Anderson e il sergente maggiore James A. Zahm, hanno dichiarato alla Commissione Warren che con quel fucile, dotato di telescopio, i colpi sparati a Dallas non erano particolarmente difficili. Analoghe opinioni, dopo un test in poligono, hanno espresso i periti balistici, Robert A. Frazier dell’FBI e Ronald Simmons del Laboratorio di Ricerche per le Armi di Fanteria dell’Esercito americano (Testimony of Ronald Simmons, WC Hearings. Vol. III, pp. 442-43).
Tre maestri tiratori dell’Associazione Nazionale Tiro degli U.S.A. hanno sparato ciascuno due serie di tre colpi su bersagli fissi posti a 53, 73 e 81 metri. Tranne in due casi, tutti sono stati in grado di esplodere i tre colpi, raggiungendo almeno due volte le sagome in sette secondi al massimo. Nonostante i bersagli non mobili e l’altezza della postazione diversa da quella di Dallas, la mira è stata riaggiustata dopo ogni sparo, spostando ogni volta l’arma  verso  destra.
Nel 1967 la CBS ha costruito un bersaglio a sagoma umana (testa e spalle),  scorrevole su binario a 17 chilometri orari, con le angolazioni e le distanze corrispondenti a quelle di Dallas. Ha chiesto poi a undici tiratori scelti di sparare tre colpi con un Mannlicher Càrcano calibro 6,5 dotato di ottica 4x e tutti i tiratori hanno colpito il loro bersaglio almeno due volte in sei secondi; uno di essi lo ha centrato tre volte in un tempo inferiore. Un tiro difficile, ma non impossibile.
L’uso del telescopio per questo attentato, tuttavia, lascia perplessi alcuni esperti italiani, fra cui Gianfranco Simone, Ruggero Belogi e Alessio Grimaldi. Il primo a esprimere i medesimi dubbi è stato, subito dopo l’assassinio, il presidente cubano Fidel Castro. Oswald tuttavia era un buon tiratore militare, molto buono se raffrontato agli standard dei tiratori civili (cfr. Rapporto Warren, ed.it., p. 166). Il suo addestramento nei Marines mette in evidenza le sue qualità di tiratore, buono anche se non eccezionale, con pistole e con carabine di vari calibri (.12, 4.45, .22, ) su distanze fino a 500 metri sparando, in tutte le posizioni, a cinquanta bersagli al giorno… per cinque giorni consecutivi. (cfr. Rapporto Warren, ed.it., p. 165). Il tiro rapido su bersaglio mobile con un fucile non automatico dotato di cannocchiale come quello di Oswald richiede un minimo di qualche decina di colpi sparati in precedenza per abituare l’occhio al mirino telescopico e la mano destra all’azionamento rapido (ma non frenetico, per evitare inceppamenti) dell’otturatore. Anche senza sparare effettivamente, è utile esercitarsi di continuo a manovrare  l’arma espellendo a vuoto cartucce, cosa che Oswald faceva spesso, come ha testimoniato sua moglie Marina (Testimony of Marina Oswald, WC Hearings Vol. I, pp. 54, 65; HSCA Vol. II, pp. 229-231). Si deve essere capaci di ricaricare l’arma dopo ogni colpo senza staccare la guancia dal calcio, l’occhio dal reticolo del telescopio e il braccio sinistro dall’ imbracatura della cinghia che tiene ferma l’arma, come mi ha confermato il perito balistico italiano Vero Vagnozzi di Roma. E’ perciò assolutamente irrilevante che Oswald, in Russia, sia stato, secondo un rapporto del KGB, un cacciatore poco abile: come mi ha confermato il dottor Giorgio Solano, funzionario nazionale dell’Unione Italiana Tiro a Segno, non necessariamente un esperto tiratore al bersaglio con calibri militari è anche un buon cacciatore di selvaggina con pallini. Le armi, le munizioni e la mira sono diversi. Le prestazioni non sono paragonabili.
Da non sottovalutare il fatto che Oswald fosse un amante delle armi: da ragazzo aveva progettato, con l’amico Edward  Voebel, di rubare una pistola in un’armeria e durante il servizio nei Marines era stato processato per spari con pistola fuori ordinanza (Warren Report, p. 383). In Russia aveva acquistato un fucile da caccia. Nel gennaio 1963 aveva ordinato una pistola per posta a una ditta di Los Angeles e poco tempo dopo il fucile usato nell’attentato. Durante la sua visita all’ambasciata russa di Città del Messico aveva appoggiato sulla scrivania di un funzionario il suo revolver.
Ricorda il suo amico Adrian Alba: “Se parlavi di pistole e fucili, oh, allora addrizzava subito le orecchie e attaccava a parlare anche lui” (WC Hearings, Vol. X, pp. 219-229).
Per quanto riguarda l’impossibilità di replicare i test col fucile di Oswald a causa della sua usura, ecco cosa mi ha detto il perito balistico Vero Vagnozzi: “Che il fucile non sarebbe riutilizzabile per i test a causa dell’usura è una sciocchezza colossale, è assolutamente non vero, non possibile. Sono stati fatti dei test identificativi, sia in Giappone ma anche in USA, per vedere quanto tempo permane una rigatura dopo un uso intenso dell’arma: una mitragliatrice ha sparato di seguito ottomila colpi e alla fine c’è stata assoluta possibilità di identificazione. Non credo che abbiano sparato ottomila colpi col fucile di Oswald dopo l’attentato. Se quell’arma era già usurata al momento del delitto (ma ho visto le foto della comparazione balistica e non mi sembrava usurata), le rigature, che si vedono perfettamente, avrebbero mantenuto la stessa usura anche dopo cinquanta, cento o mille colpi”. “Il problema dell’usura della canna – sostiene l’esperto forense Enrico Manieri - non deve essere pensata solo in termini di numero di colpi sparati (usura meccanica), ma soprattutto deve essere considerata nei termini di corrosione chimica, legata agli inneschi corrosivi delle cartucce belliche e del primo dopoguerra. Non è quindi importante il numero di colpi sparati, quanto le condizioni di conservazione dell’arma: se, sparato un colpo, l’arma viene riposta senza essere detersa internamente, i processi corrosivi proseguono nel tempo e comportano un’alterazione significativa dei profili delle rigature, con conseguente decadimento delle prestazioni balistiche (precisione e velocità iniziale, oltre a fenomeni di ‘sorpasso’ dei gas rispetto alla palla per trafilamento con le discontinuità della canna e conseguenti alterazioni dinamiche nella spinta del proiettile).
E’ molto probabile che, dopo lunghi periodi di tempo, con conservazione non particolarmente adeguata, l’arma non sia più in grado di effettuare prestazioni balistiche degne di rispetto e, soprattutto, significative ai fini di una comparazione balistica forense (per conservazione non adeguata si deve intendere anche la possibilità che l’arma sia stata avvolta da stracci o carta, comunque materiale che trattiene l’umidità). Su questo punto, che non vale solo per il ’91 ma per qualunque arma, c’è poco da dire, se non che le distanze di utilizzo nel caso JFK sono ben al di sotto delle distanze in cui si manifestano appieno questo tipo di difetti. Il tiro a così breve distanza era abbastanza teso. Nella prima fase della traiettoria qualunque fucile manifesta minore imprecisione. Questo difetto, ovviamente, si va ad amplificare all’aumentare della distanza di tiro, in pratica se si va a distanze di 200-300 metri e superiori. Non è comunque una prerogativa del solo’91. Il calco della rigatura del fucile trovato a Dallas fu fatto dagli inquirenti colando all’interno di essa dello zolfo liquido, poi solidificatosi. Anche se non è scritto nel Rapporto Warren, si deve dare per scontato che, dopo tale operazione, l’interno della canna sia stato accuratamente ripulito, perché le scorie di zolfo avrebbero potuto danneggiare il metallo”.

2) Ansa: Il Càrcano sarebbe stato acquistato da Oswald nel marzo 1963, pochi mesi prima del delitto.
Il condizionale “sarebbe stato” usato dal giornalista dell’Ansa la dice lunga sulla sua pregiudiziale diffidenza per le due inchieste (Warren e HSCA) che provarono senza ombra di dubbio l’acquisto del fucile per posta, sotto falso nome e nove mesi prima dell’attentato, da parte di Oswald. Nove mesi non è “pochi mesi prima”. Oswald acquistò il fucile quando neanche Kennedy aveva ancora minimamente pensato di recarsi in Texas in autunno. La decisione in merito al tragitto del corteo nelle strade di Dallas fu approvata da Kenneth O’Donnel (che è come dire da Kennedy stesso) un mese dopo che Oswald era stato assunto nel magazzino librario. Roy Truly, il direttore del deposito, dichiarò: “Era scritto che dovesse andare così. Quel 14 ottobre mi si presentarono due disoccupati. Avevo bisogno di un uomo per il magazzino principale e di un altro per un nostro deposito isolato, in un’altra zona, davanti al quale non passava mai nessuno. Oswald venne per primo, mi fece una buona impressione e io decisi di tenerlo qui in sede con me…” (Renato Proni, ABC, n. 49, 8 dicembre 1963, pag. 10). 

 3) Ansa:  Poteva il Càrcano di Dallas esplodere tre colpi in così poco tempo?  Ten. Col. Riso: La cadenza massima di tiro di quest’arma è di 12 colpi al minuto, in media uno ogni 5 secondi.  
La cadenza di tiro mirato di quell’arma è tarata a 12 colpi al minuto, un colpo ogni 5 secondi per il militare non esperto (sito Internet www.regioesercito), altre fonti relative a quest’arma (sito  it.wikipedia.org/wiki/Carcano_Mod_91) parlano di 15 colpi al minuto, ossia uno ogni 4 secondi. I tiratori che usarono il fucile di Oswald dopo l’attentato avevano una cadenza media di un colpo mirato ogni 2,5-3 secondi. Il capitano del Regio Esercito Antonino Cascìno, nella sua opera sul ’91, parla di un colpo ogni 1,5-2 secondi nel tiro rapido. “La cadenza di tiro dell'arma – mi scrive l’esperto forense Enrico Manieri - non è misurabile in assoluto, ma deve essere pensata alla luce delle problematiche di affidabilità e di prestazioni balistiche: evitare inceppamenti, garantire un adeguato raffreddamento della canna, non sprecare munizioni (a livello di forza armata). In realtà, quindi, per un numero limitato di colpi (cioè brevi periodi), la cadenza teorica può essere superata”. Oswald esplose il secondo colpo a circa 3,5 secondi dal primo e il terzo a circa 4,5 secondi dal secondo.
La Commissione Warren stabilì che, andato a vuoto il primo colpo, Oswald ebbe un tempo massimo di 7,9 secondi per compiere il suo delitto. Basandosi sull’anticipo del primo colpo (derivato da un nuovo studio del film di Zapruder) la Commissione del Congresso (HSCA) concluse nel 1978 che l’attentato copriva per i tre colpi un totale di circa 8,3 secondi. In entrambi i casi, tempi compatibili con le circostanze attribuite ad Oswald, tiratore scelto del Corpo dei Marines che aveva raggiunto il secondo dei tre livelli di bravura nel tiro durante il suo servizio militare.
Sul numero di agosto 2007 della rivista italiana “Tac Armi” il noto perito balistico Paolo Romanini scrive nell’editoriale di apertura: “Sinceramente sono rimasto un po’ sorpreso dall’ultimo sussulto ricostruttivo della vicenda JFK. Non so neppure se quanto raccontato all’inizio di luglio dalla stampa sia il resoconto esatto degli studi condotti dai militari di Terni… Di una cosa però sono sicuro: sostenere, come ha riportato la stampa, che in sette secondi non si possano sparare tre colpi mirati con un Càrcano su un bersaglio posto ad un centinaio di metri di distanza, a essere buoni può essere definita un’affermazione un tantino avventata! … Qualcuno, ascoltando la notizia di stampa, ci ha telefonato dicendosi indignato e ricordandoci che in periodo anteguerra con il Càrcano si sparava alle sagome abbattibili a duecento metri (sagome Tizioli): in una disciplina, questi bersagli metallici, solitamente a forma di uomo inginocchiato, come se puntasse il fucile verso il tiratore, erano cinque e parecchi, partendo ovviamente con il colpo in canna, in cinque secondi li buttavano giù. Con 4,6-4,7 secondi spesso si vinceva la gara: qualche fenomeno era sceso attorno ai 4,1-4,2 secondi e anche meno. Un tempo dai 5,5 ai 6 secondi era ordinaria amministrazione per chi gareggiava… Continuiamo a credere che Lee Harvey Oswald non abbia fatto nulla di impossibile se, dalla famosa finestra della biblioteca, ha davvero sparato con il suo ’91 tre colpi in sette secondi”.
Questi i commenti del giudice ed esperto di armi Edoardo Mori al test effettuato dall’Ansa a Terni: “Avete visto le sciocchezze che sono uscite dall’Arsenale di Terni a proposito dell’uccisione di Kennedy? Ma quando mai nell’esercito hanno avuto esperti di balistica terminale? E dove lo hanno trovato un militare che si fosse allenato a lungo al tiro rapido con un Càrcano? In USA sulla possibilità di sparare rapidamente più colpi hanno fatto infiniti test e alla fine hanno ammesso che è cosa fattibile” (dal Forum del sito www.nntp.it/hobby-armi-moderato/440962-kennedy-e-terni.html). 
Su “La Stampa” del 2 agosto 2007 Igor Man ricorda un esperimento di tiro da lui fatto a Dallas il 4 dicembre 1963: “Ai primi di luglio l’agenzia Ansa ha dato rilievo a un singolare test eseguito a Terni dal Comando logistico dell’Esercito. Quegli specialisti dovevano esaminare un glorioso fucile da guerra italiano: il Càrcano modello 91,38 matricola C2766, calibro 6,5 prodotto dalla Regia fabbrica d’armi di Terni. E ciò per accertare se l’assassino diremo ufficiale (Oswald) di JFK aveva sparato dal sesto piano del deposito della libreria pubblica [in realtà magazzino privato di testi scolastici, N.d.A.]di Dallas, da un’altezza di ottanta metri [erano in realtà diciotto metri, N.d.A.], esattamente tre colpi; uno di essi fece saltare la calotta cranica di “Camelot” [Kennedy, N.d.A.]. Il verdetto di Terni differisce dalle conclusioni del Rapporto Warren secondo il quale Oswald agì da solo senza nessun aiuto… A codesta conclusione giunsero anche i tecnici del Fbi, dopo una ricostruzione animata sul percorso fatale della decappottabile di Kennedy. La stampa italiana aveva a Dallas tre inviati: Virgilio Lilli del Corriere della Sera, Auro Roselli del Giorno e chi scrive... Il metodo di indagine del Fbi non ci convinceva, non tanto per la conclusione quanto per le sue modalità. Una sera, dopo la oramai abituale discussione sui tempi e i modi della mitica polizia federale, convenimmo che se un esperimento si doveva fare, tanto valeva eseguirlo sparando senza cartuccia con un foto-fucile in modo che ad ogni colpo del percussore scattasse un fotogramma. Il punto indicato sulla fotografia dalle coordinate del mirino avrebbe corrisposto al colpo sul bersaglio... Ed eccoci nella vasta soffitta che corre su tutta l’area del palazzo-libreria. Sette finestroni si aprono lungo la facciata esterna; da quello che fa angolo sulla sinistra rispetto alla strada, l’assassino sparò. Oswald piazzò qualche pacco di libri in modo da risultare defilato e appoggiò l’arma proprio su questi libri… Vale il terzo tentativo, i primi due essendo andati a vuoto:per l’eccessiva velocità della convertibile e per l’emozione del tiratore, oltre tutto non pratico dell’arma… Se il risultato dell’esperimento (nelle condizioni descritte e con lo svantaggio che il peso della Nikon e di una batteria applicate al fucile con rigidi tiranti di filo di ferro hanno costituito per il tiratore) è quello detto sopra, è lecito affermare come, per chi conosceva l’arma (Oswald, che inoltre sparava con un modello più veloce), sia stato possibile, in cinque secondi e mezzo, far centro due volte, sia pure con una forte dose di fortuna. Infatti l’assassino aveva cinque secondi e mezzo per sparare non tre ma due colpi: il primo infatti, era già in canna”.
Numerose furono dopo l’attentato le ricostruzioni del delitto compiute in Italia e all’Estero e riportate dalla stampa. Vennero eseguite anche prove di tiro con carabine militari. Alcuni tiratori riuscirono a stare negli otto secondi attribuiti ad Oswald, altri impiegarono un tempo maggiore. Qui riporto alcuni dei test eseguiti, con le date di pubblicazione dei quotidiani:
27 novembre 1963: molti quotidiani italiani riportano una domanda rivolta dall’agenzia ANSA al campione olimpionico di tiro, l’austriaco Hubert Hammerer: ”E’ possibile a un tiratore scelto sparare tre colpi in cinque secondi con un moschetto come quello di Oswald su un bersaglio mobile rettilineo che si muova a una velocità di 10 - 15 chilometri orari, a una distanza di 180 metri circa?”. La risposta dell’esperto fu che nei campionati mondiali di tiro con fucile a ripetizione vengono sparati contro un cervo in corsa... due colpi di seguito nel tempo di appena tre secondi. E’ improbabile sparare con un fucile a ripetizione con cannocchiale tutti e tre i colpi in cinque secondi... In circostanze favorevoli è possibile raggiungere il bersaglio con due colpi. Se tutti e tre i proiettili hanno raggiunto il bersaglio in 5 secondi, sorge il sospetto di più attentatori”. Paese Sera e L’Unità concludono che Hammerer ha negato la possibilità di Oswald di compiere da solo il delitto. Una più attenta lettura ci da’ invece un quadro diverso: a) la sequenza dei tre colpi, nei film, copre circa 7, 9 - 8, 2 secondi e non 5; b) la distanza del bersaglio variava, a Dallas, dai 42 agli 81 metri, non 150 / 180, come ipotizzato dall’ANSA e da Paese Sera; c) cosa s’intende, nella domanda, per rettilineo? In allontanamento dall’arma con  puntamento dal basso verso l’alto o passaggio del bersaglio da destra a sinistra davanti al tiratore?; d) la risposta di Hammerer non contraddice i risultati di Oswald a Dallas: in effetti furono solo due su tre i colpi che raggiunsero gli occupanti dell’auto presidenziale; e) nessuno nega le favorevoli circostanze di Oswald ipotizzate da Hammerer. A chi pensa che una tale fortuna capiti a un tiratore su cento, si potrebbe chiedere a chi vorrebbero assegnare quell’unica opportunità statistica e perché questo qualcuno non potrebbe essere Oswald quel giorno a Dallas (si veda dello stesso giorno: Il Messaggero, p. 10; L’Unità, p. 3; Paese Sera, p. 3; L’Eco di Bergamo, p. 11).
28 Novembre 1963: Paese Sera (pp. 2 - 3) scrive che“il vice-procuratore di Dallas, Jim Bowie, dice che sarebbe personalmente capace di caricare, puntare e sparare 3 volte in 5 - 7 secondi. Il problema è se sarebbe capace di centrare tre volte il bersaglio... Arnaldo Oppici, armiere del Tiro a Segno Nazionale di Milano, non crede ai tre colpi in cinque secondi. Dello stesso parere sono i fratelli Beretta, della famosa fabbrica d’armi. Lo svedese Olle Skoeldberg ha detto a Stoccolma che i tempi di sparo andrebbero dedotti dall’analisi dei filmati”. Nello stesso numero il quotidiano pubblica i risultati di una prova fatta dal redattore Giulio Crosti e dal campione olimpionico di carabina Edoardo Casciano: “Le prove si sono svolte da una finestra con bersaglio fisso da 25, 50 e 150 metri, ripetute poi con un bersaglio mobile che procedeva a passo d’uomo sempre sulle stesse distanze. Ogni volta il tiro è stato effettuato in piedi senza appoggio. Successivamente appoggiando un gomito e poi la canna sul bordo della finestra. L’arma usata è un Mannlicher Schonauer austriaco con schneller, ossia un grilletto ausiliario da premere prima di quello principale. I tempi delle prove: tre colpi a distanza di 150 metri con bersaglio mobile sparati in 3”, 4” e 4”, cioè 11” complessivi. Nessuno può sparare tre colpi in 5 secondi a quella distanza con quell’arma. E’ matematicamente certo".Verifichiamo quest’affermazione di Crosti. Ho incontrato il compianto Edoardo Casciano nel luglio 1991, nella sua armeria (ora scomparsa) in Piazza Cairoli a Roma. Ricordava la prova del 1963 e, quando gli sottoposi le reali circostanze dell’attentato, si sorprese che la ricostruzione di Paese Sera si fosse svolta in cattive condizioni di luce e con un bersaglio mobile che si muoveva da destra a sinistra a 150 metri di distanza. Mi disse che, alle condizioni di Oswald che gli sottoponevo, non c’era bisogno di un campione di tiro per colpire il bersaglio. Il test del quotidiano romano era palesemente falsato.Vediamo perché: a) Crosti pubblicò solo i risultati dei tempi sul bersaglio a 150 metri, ossia quasi il doppio della distanza maggiore (80 metri) calcolata a Dallas per il terzo colpo. Nulla sappiamo dei tempi occorsi per sparare a 50 metri, distanza più simile al secondo colpo di Dallas (58 metri) che attinse Kennedy e Connally; b) il calcolo dei tempi era errato. I tre secondi iniziali non vanno conteggiati (come giustamente nota anche Il Mattino di Napoli, 28 nov., p. 2) in quanto la durata dell’attentato  è stata calcolata, dal primo colpo possibile all’ultimo evidente, sui fotogrammi del film di Zapruder. Il cronometro, in sostanza, deve partire col primo sparo. Da quel momento Crosti avrebbe dovuto calcolare il primo ricaricamento, puntamento e secondo sparo (circa 3,5”) e il secondo ricaricamento, mira e terzo  e ultimo sparo (circa 4,5”) per un totale, appunto, di circa otto secondi; c) in nessun momento Casciano usufruì delle reali condizioni di Oswald, che era ben seduto su una scatola di libri, appoggiava la spalla sinistra e il braccio, imbracato nella cinghia dell’arma, all’angolo della finestra e il fucile su altre due scatole piene di libri; aveva il bersaglio in allontanamento quasi rettilineo da un’altezza di 18 metri con angolazione dall’alto di circa 20° e una buona luce solare quasi zenitale (ore 12,30) da sinistra rispetto al bersaglio. Lo stesso 28 novembre Il Giornale del Mattino di Firenze (p. 12) riporta una prova fatta a Washington da un esperto della National Rifle Association: ha impiegato, per ripetere le prestazioni di Oswald, 11 secondi la prima volta e 8 secondi al successivo tentativo. A suo dire, un tiratore allenato con quell’arma poteva commettere quel delitto (Giornale d’Italia, 28 - 29 nov. 1963, p. 7). Il direttore della National Rifle Association, Clayton E. Wheat, per conto della rivista Life, ha sparato, con un fucile identico a quello del delitto e alle stesse distanze, su un bersaglio mobile: ha centrato tre colpi in 6,2 secondi. Il Quotidiano di Roma del 28 novembre 1963 riporta la prova, a Toronto, del ventunenne canadese Peter Crampton, tiratore delle Giubbe Rosse in congedo, che riesce a centrare tre colpi in quattro secondi e mezzo su un bersaglio mobile, usando un Mauser simile a quello di Oswald. Anch’egli è del parere che un buon tiratore scelto sarebbe stato in grado di compiere l’attentato di Dallas. Il Telegrafo di Livorno (p. 9) ammette che i pareri degli esperti sono discordi: “Un campione accetta la versione della polizia e un altro la contesta”. La prova dell’olimpionico Ugo Cantelli, allenatore della Federazione Tiro a Segno di Roma, viene organizzata dal Corriere dello Sport e riportata con ampi commenti anche da altri quotidiani. Cantelli, assistito da cronometristi professionisti, spara nel poligono di Tor di Quinto della Capitale con un ’91/38 italiano calibro 6,5 più maltenuto di quello trovato a Dallas e col quale il campione non si è mai esercitato. Una seconda prova viene eseguita con una carabina olimpionica calibro 22 munita di cannocchiale: i tre colpi vanno a segno in 6 secondi (Il Mattino, p. 2; Il Quotidiano, pp. 2 - 3). Scrive Gino Valeriani sul quotidiano sponsor dell’ esperimento: “La prova consente di dimostrare che, con quel tipo di fucile, un tiratore allenato può sparare, dopo il primo, altri due colpi in circa 5 secondi. Per la mira sul bersaglio mobile, il cannocchiale permette, alla distanza di 100 metri, di colpire con relativa sicurezza anche se il tiratore, che dev’essere comunque abile, non è un professionista... Vorremmo aggiungere infine che, a nostro giudizio, l’attentatore di Dallas deve aver agito in uno stato di fredda esaltazione e di decisa volontà omicida... Un tragico, criminale campione” (Corriere dello Sport, 28 nov. 1963, p. 3). Il Giornale del Mattino di Firenze (p. 12) dice invece che, per colpire il bersaglio mobile, Cantelli ha impiegato 9 secondi, mentre Paese Sera (pp.1, 3) parla di “bersaglio fisso a 50 metri senza uso del cannocchiale”.
29 Novembre 1963:  il Corriere dello Sport pubblica “l’autorevole parere del generale Giovanni Gatta, Presidente dell’Unione Italiana Tiro a Segno: “Normali  due colpi in quattro secondi... Oswald ha azionato l’otturatore senza distogliere lo sguardo dalla mira, favorito, nel calcolo del movimento dell’auto, dal cannocchiale... A Los Angeles un agente ha sparato i colpi in 3” e il Capo della polizia, Parker, in 3” e mezzo...In Austria un noto cacciatore, William Hambly - Clark, ha tirato i colpi in 4,6 secondi a 65 metri" (Corriere dello Sport, p. 1, Gino Valeriani).
30 Novembre 1963: il Corriere Lombardo riporta i risultati di una prova di tiro fatta nelle campagne di Codogno (Milano) da un cacciatore ex - ufficiale degli Alpini e delegato dell’Unione Italiana Tiro a Segno: tre colpi sul bersaglio mobile in 9,3.
6 Dicembre 1963: la stampa italiana riporta i risultati della ricostruzione dell’attentato, compiuta a Dallas dall’FBI, il giorno precedente: una cinepresa 16 mm., collegata al mirino telescopico dell’ arma di Oswald, permette di accertare la possibilità del delitto nei tempi stabiliti dall’analisi del film 8 mm. di Zapruder (L’Eco di Bergamo, 6 dic. 1963, p. 11). Nella stessa data, Il Corriere della Sera e La Stampa (p. 6) pubblicano una prova, fatta a Dallas dai tre inviati italiani Virgilio Lilli del Corriere della Sera , Igor Man de La Stampa e Auro Roselli de Il Giorno, che conferma la possibilità dell’ attentato in 6 - 7 secondi. Muniti di un’arma identica a quella di Oswald, vi applicano una macchina fotografica collegata al grilletto e ottengono dalla polizia locale il permesso di appostarsi alla famigerata finestra del sesto piano del magazzino librario. Un’auto scoperta, affittata allo scopo, viene fatta passare in Elm Street. Il tiratore, il campione di fucile militare Charles T. Davis, giudice di pace e membro del Rifle’s Club di Dallas, ‘spara’ all’auto tre serie di foto, riuscendo quasi ad eguagliare la prestazione di Oswald. I tre colpi, nonostante la ricostruzione imperfetta, mancano di alcuni millimetri le teste e le spalle delle controfigure sedute nella vettura. Virgilio Lilli conclude evidenziando le estreme difficoltà dell’attentato, ma anche la sua fattibilità nelle condizioni ricostruite dall’FBI. Tuttavia la prova dei tre giornalisti (come egli stesso riconosce) è resa molto dubbia da una serie di fattori negativi : a) le condizioni di luce sono diverse. Il test si svolge dalle 15,30 in poi, non alle 12,30. Il riflesso solare sull’asfalto è quindi molto accentuato; b) il giudice Davis, a differenza del ventiquattrenne  Oswald, freddo psicopatico, è un sessantenne molto emotivo.  Scrive Lilli: “E' un uomo piccolo e nervoso... col viso sconvolto dall’emozione... Non allenato a quel fucile... Per la terribile emozione, al primo nostro passaggio, aveva impiegato a sparare i tre colpi sette secondi e mezzo; al secondo passaggio pareva dovesse rimanere stroncato da un colpo e non ha sparato... Doveva aver avuto l’impressione di commettere veramente il delitto”; c) la velocità dell’auto al primo passaggio è di quaranta chilometri, al secondo passaggio di trentacinque e al terzo di venticinque. La velocità reale era di  circa 17  kmh; d) l’auto della prova passa su una corsia della strada che con tutta evidenza non coincide con quella centrale percorsa dalla limousine presidenziale; e) il fucile, non poggiato su cavalletto come nella prova dell’FBI, è sbilanciato dall’applicazione della macchina fotografica e della batteria elettrica collegata al grilletto; f) la vettura presa a noleggio dai tre corrispondenti italiani è più corta di quasi tre metri e mezzo rispetto alla Ford Lincoln del Presidente (8,20 mt) e non ha le medesime dimensioni e distanze interne tra i sedili; g) Lilli, Man e Roselli non tengono conto che uno dei tre colpi deve andare a vuoto: solo due hanno infatti raggiunto Kennedy e Connally; h) le persone usate come controfigure di Kennedy e di Connally non siedono nelle posizioni reali: Kennedy era sopraelevato e spostato di circa quindici - diciotto centimetri a destra rispetto al Governatore, che sedeva sullo strapuntino ribaltabile. La diversità di pareri degli esperti indica che, per quanto difficile, l’impresa di  Oswald aveva almeno la metà di possibilità di riuscita: il Caso lo ha favorito.

4) Ansa: Il Tenente Colonnello Riso dichiara all’Ansa: “Ho preso il 91/38 e gli ho applicato l’ottica molto alta per consentire l’inserimento del caricatore. Abbiamo incontrato alcune problematiche: l’ottica così montata non ha una posizione ergonomicamente corretta per consentire uno sparo mirato al bersaglio. Crea problemi sia di caricamento sia di armamento dell’incameramento della munizione, in quanto interferisce tra la leva di armamento e l’ottica durante il funzionamento. Il nostro tiratore, come abbiamo visto, ha avuto difficoltà nella fase di armamento a causa dell’ingombro dell’ottica. Il tempo necessario per esplodere i tre colpi è sicuramente superiore ai sette secondi”.
Con l’arma di Oswald o repliche della stessa, e con l’ottica montata nello stesso modo e con un supporto analogo (non con l’alta incastellatura montata a Terni), sono state fatte decine e decine di prove senza che si presentasse nessun inconveniente per l’azionamento dell’otturatore e la messa a segno delle palle su bersagli nei circa 8” attribuiti ad Oswald. Come giustamente nota il perito balistico Vero Vagnozzi, ai fini della prestazione, è assolutamente ininfluente l’eventuale scomodità di caricamento dell’arma a causa del supporto dell’ottica, in quanto il caricamento dell’arma da parte di Oswald non rientra nei tempi di calcolo previsti per la sua prestazione di tiro. Scomodo o no, Oswald aveva tutto il tempo di inserire il caricatore con le cartucce prima dell’attentato. Nelle nostre prove Vagnozzi ed io abbiamo sempre azionato l’otturatore prendendo il pomello nel palmo della mano, sia per tirare indietro e scaricare il bossolo sia spingendo di nuovo avanti per caricare la nuova cartuccia. E’ sconsigliabile prendere il pomello con pollice e indice, perché la mano non esercita una spinta uniforme. Aggiunge ancora Vagnozzi: “Vorrei contestare la capacità del tiratore di Terni, che ha impiegato ben 19 secondi per i tre colpi e addirittura 5 secondi per il primo colpo. Nelle nostre prove di tiro videofilmate in una cava, abbiamo visto  che con un Sako 6,5 ad otturatore girevole-scorrevole dotato di ottica 4x, senza appoggio, ho centrato tre volte in 8 secondi una pozza d’acqua posta a 200 metri, dall’altezza di 50 metri. Ed io non sono un cecchino! Mi è capitato di colpire a 40/50 metri con carabina un cinghiale, che non segue un percorso prevedibile e si sposta disordinatamente, cambia repentinamente percorso e direzione al primo rumore o al primo abbaiare di cani. Eppure è possibile prenderlo. Non vedo perché Oswald, che stava su un palazzo a 18 metri (io ho visitato Dealey Plaza) non abbia potuto sparare a un bersaglio che andava un po’ più forte del passo d’uomo, in moto uniforme e soprattutto noto e prevedibile, mentre l’animale può cambiare direzione in ogni attimo. La strada obbligata di Kennedy era quella ed era più facile sparare sul bersaglio in allontanamento rettilineo uniforme, ad una distanza tra i 40 e gli 80 metri dalla bocca dell’arma. Per quanto riguarda l’ottica, maggiore è l’ingrandimento e minore e più ristretto è il campo visivo. A caccia si deve avere la possibilità di vedere tutto l’animale con un 4x. Con un 6x si vede più ravvicinato, ma meno chiaramente nella sua interezza. La classica lente da caccia o da cecchino è la 4x o la 6x. Oswald aveva una 4x. Se si aumenta l’ingrandimento, anche a 20x, il bersaglio in movimento si perde, non si colpisce più”. “La cartuccia 6,5 Carcano - sostiene l’esperto forense Enrico Manieri - non è però in grado di abbattere animali di taglia molto grossa, al massimo cervi e caprioli…. L’uso del mirino telescopico, secondo me, non deve destare alcuna perplessità, se si parla di 3-4 X, perché è sicuramente un ottimo compromesso di precisione di puntamento e di osservazione del comportamento del bersaglio… Da una delle fotografie del fucile prese dall’alto e riportate nel Rapporto Warren, si vede chiaramente che il cannocchiale è disassato a sinistra rispetto all’asse della canna. Ciò è dovuto al sistema di caricamento del Carcano e al posizionamento della manopola dell’otturatore… Nel caso delle prove di Terni, mi pare di ricordare che si parlasse di una cannocchiale posizionato molto alto, per consentire il caricamento dell’arma: se così fosse, si tratta di un fattore molto importante che differenzia le prove fatte dalle condizioni reali dell’attentato. Un cannocchiale molto alto comporta un posizionamento innaturale rispetto alla spalla e all’occhio che deve mirare traguardando l’ottica. Ciò, a mio parere, introduce un ritardo non indifferente nell’acquisizione istintiva della linea di mira, con difficoltà operativa di ricaricare continuando a seguire il bersaglio tramite l’ottica”.

5) Ansa. Il colonnello Micheli dichiara: “Il fucile di Oswald ha numero di matricola C2766. Contrariamente a quello in uso in altri eserciti del mondo questa matricola non è riportata sulla culatta ma è immatricolata sulla canna. E’ strano, perché la canna è una parte di ricambio. Quando viene cambiata la canna non si rimette la stessa matricola, ma si cambia numero”.
“La matricola impressa sulla canna non è inusuale – afferma il perito balistico Vero Vagnozzi – Non mi pare che nella storia di quest’arma sia stato così frequente il cambio di canna e di relativa matricola da montare sullo stesso castello ligneo”. Non comprendo a cosa voglia portare l’insinuazione del colonnello Micheli. La matricola è segnata sulla canna: e allora? Dov’è il mistero? Micheli vuol forse insinuare che il fucile C2766 trovato a Dallas non sia lo stesso Mannlicher Càrcano 6,5 91/38 C2766 esportato dall’Italia negli Stati Uniti e acquistato poi da Oswald? Il colonnello ha forse prove di falsificazione della matricola o dell’arma? Potrebbe comunicarcele? Se si tratta solo di sospetti e di ipotesi buttati lì, lasciano il tempo che trovano e non hanno nessuna correlazione col delitto di Dallas. “In merito all’unicità dell’arma – mi scrive l’esperto forense Enrico Manieri - bisogna distinguere: se si intende per unicità dell’arma il fatto che abbia una matricola univoca, questo dato è del tutto inconsistente, perché la matricola può essere impressa o alterata in modo del tutto indipendente sia nel tempo che nello spazio. Se per unicità si intende univocità di tracce lasciate sui proiettili, allora si deve contemplare il binomio arma+munizione: al variare della munizione, la stessa arma può lasciare tracce diverse e, a parità di arma e munizione, si hanno tracce diverse nel tempo, fra uno sparo e l’altro, a meno che i test, come accadde per il fucile ritrovato a Dallas, non siano fatti nel periodo immediatamente successivo all’evento criminoso. L’arma di Oswald del 1940 non è stata ritubata, è nata calibro 6,5 e non era in origine una 7,35. Era nella produzione standard del ’91 calibro 6,5”.

6) Ansa. Claudio Accogli dell’Ansa chiede al Ten. Col. Riso: La Commissione Warren ha stabilito che Oswald avrebbe portato quest’arma smontata nel deposito di libri, il luogo da cui avrebbe sparato per uccidere Kennedy. Cosa ne pensa? Riso: Questo è poco probabile in quanto l’ottica è montata in modo artigianale e l’azzeramento deve essere fatto preventivamente al poligono.
Qui è evidente che Riso ha frainteso la domanda di Accogli: Riso crede giustamente impossibile che l’ottica già tarata e fissata con le viti sia stata smontata per il trasporto e rimontata da Oswald sul posto (solo alcune ottiche con attacco a “coda di rondine” permettono di essere smontate e rimontate agevolmente). Ma nessuno ha mai affermato questo. Come dice il perito balistico Vero Vagnozzi, “per ridurre l’ingombro l’arma poteva essere smontata separando tutto il blocco metallico (compresa quindi la canna con sopra già fissata l’ottica) dai fornimenti lignei, ai quali è assicurato da fascette e viti”. Le foto della Commissione Warren del fucile smontato fanno appunto vedere la canna - comprensiva dell’ottica già montata - separata dalla cassa lignea. In una prova da me videofilmata presso l’armeria Maxarmi di Roma, il titolare, Signor Massimiliano Burri, ha impiegato 2’20” per togliere da un sacco di carta un Mannlicher Càrcano 6,5 smontato senza ottica e rimontarlo completamente con l’aiuto di un piccolo cacciavite. Stante la stretta fessura delle viti dell’arma, esse possono essere avvitate anche con una monetina (cents) dal bordo limato. In merito alla taratura dell’ottica, così mi scrive l’esperto forense Enrico Manieri da Brescia: “Segnalo che la taratura dell’ottica avviene con l’arma ad una certa temperatura, per cui, sparando a freddo, è del tutto possibile che il colpo vada fuori bersaglio: è uno dei motivi che potrebbe aver fatto fallire il primo colpo di Oswald. In una gara, per esempio, normalmente il fattore termico è importante ed i tiri utili vengono preceduti da colpi di riscaldamento che hanno anche il compito di portare ‘in temperatura’ la canna. Il fucile deve essere pensato come una macchina termo-balistica a tutti gli effetti”.

7) Ansa. Accogli chiede al Ten. Col. Riso: Possiamo provare anche la conclusione dell’HSCA (1978) che stabilì che forse in Dealey Plaza i tiratori erano più di uno? Possiamo provare questa ipotesi?  Ten. Col. Riso: Adesso noi proveremo con due test fatti con bersagli in plastilina a 80 e 30 metri… Come si può vedere i bersagli non simulano la testa di una persona, sono fatti in plastilina, si può vedere a 80 metri solo l’effetto di cavitazione. Il colpo cioè passa attraverso la plastilina e il foro si ostruisce, proprio a causa dell’effetto idrodinamico del fenomenoVediamo i tre bersagli in plastilina. Il primo è stato sparato a una distanza di 80 metri e gli altri due a 30 metri con una velocità del proiettile alla bocca dell’arma di 640 metri/sec il primo e 660 metri/sec gli altri due. Questo è il proiettile 6,5 originale Cercano e quest’altro invece è un proiettile originale Cercano a frammentazione. Questo è il proiettile deformato dopo aver colpito il bersaglio a 80 metri…    
In base ad una poi smentita analisi acustica di un nastro fortuitamente registrato dal microfono di una moto di scorta della polizia, l’HSCA nel 1978 stabilì (ma sembra che Accogli non ne abbia informato Riso) che, dalla distanza di circa trenta metri e da posizione fronto-laterale destra rispetto all’auto (in pratica dall’alto della scarpata erbosa detta “grassy knoll”), un quarto colpo sia stato sparato contro la limousine presidenziale. L’HSCA precisò però che, in base alle sue analisi, questo quarto colpo non attinse nessuno e nulla nella Dealey Plaza: mancò cioè l’auto, i suoi occupanti, gli spettatori e qualunque altra struttura della piazza (da appena 30 metri! Una vera schiappa di killer per l’omicidio dell’uomo più importante del mondo!). In pratica, Kennedy e Connally, per l’HSCA, furono colpiti solo dagli spari di Oswald. Premesso che nulla può sostituire in un test il cranio di un essere umano vivo colpito da proiettili (la Commissione Warren si avvicinò alla complessità e alla consistenza del cranio umano sparando alla testa di una capra viva), l’esperimento su plastilina di Riso prova ciò che non è mai stato ignoto: ossia che a 80 metri (la distanza tra il fucile di Oswald e l’occipite di Kennedy al terzo colpo) la palla full metal jacket calibro 6,5 produce un “effetto cavitario” trapassando il cranio. Non solo questo passaggio attraverso ossa e tessuti cerebrali può provocare una forte pressione idrodinamica interna con conseguente esplosione della teca cranica, ma vi è spruzzo di materia cerebrale, ossea e sanguigna sia in avanti, dal foro di uscita, sia indietro, dal foro d’ingresso, prodotto dall’effetto aerodinamico detto “cono di Mach”. Non si comprende dunque cosa dovrebbe dimostrare, relativamente alle ferite riscontrate e descritte sul cranio di Kennedy in sede di autopsia, l’ “ostruzione del foro” nella plastilina proposta da Riso. Il Tenente Colonnello (che ad una mia prima domanda ha negato di essere un perito balistico, affermando invece in un secondo tempo di esserlo da quindici anni) mostra poi un “proiettile 6,5 originale Càrcano” senza specificare il fabbricante e l’anno di produzione della munizione. Ad una mia domanda in proposito rivoltagli durante una conversazione telefonica, Riso non ha saputo specificarmi se quel FMJ fosse un prodotto SMI o altro (com’è noto, recentemente la cartuccia del ’91 è stata perfettamente riprodotta dalla ditta Hornady). Riso mostra poi un proiettile a frammentazione, e non si comprende il motivo di tale precisazione, dato che le indagini balistiche e medico-legali escludono che la testa di Kennedy sia stata raggiunta da questo tipo di palla. E’ del tutto ovvio, poi, che un proiettile camiciato 6,5 che raggiunga un cranio umano a 80 metri si deformi, nessuno lo ha mai negato: i periti dell’Fbi ipotizzarono che i due grossi frammenti recuperati nell’auto fossero parte del proiettile fuoriuscito dal cranio di Kennedy e frammentatosi nell’urto con le ossa per poi scheggiare la cornice metallica e la superficie interna del parabrezza dell’auto, che risultarono intaccate. “L’effetto cono di Mach – mi scrive l’esperto forense Enrico Manieri -  è specifico dei fenomeni che avvengono a velocità supersoniche: è corretto parlarne per il ‘volo’ del proiettile, non lo è se si analizzano le caratteristiche di balistica terminale: la velocità del suono non è più quella dell’aria, ma quella del mezzo colpito che, essendo un solido, è di gran lunga superiore… Per quanto riguarda gli effetti terminali, quanto descritto è in linea con ciò che ti avevo anticipato, dato che la forma della palla del 6,5 Carcano, la geometria delle masse ed il posizionamento relativo del centro di spinta, del centro di resistenza e del baricentro tendono a favorire il tumbling del proiettile al primo impatto: in pratica, incontrando un ostacolo di una certa consistenza, il proiettile perfora ed inizia a ruotare creando traumi devastanti nei tessuti molli. Oltre a creare traumi diffusi, il tumbling è responsabile di un secondo importante fenomeno terminale: durante i ribaltamenti, il proiettile procede nel suo moto presentando densità sezionali sempre diverse, perché diversa è la proiezione della superficie di impatto al variare della posizione del proiettile stesso. Se l’impatto avviene con una superficie maggiore, come per esempio il corpo cilindrico anziché la punta, questo potrebbe non avere la forza necessaria per perforare localmente l’ostacolo, ma su ostacoli di una certa consistenza, come le ossa del cranio, questo produrrebbe una forza notevole applicata sull’intero elemento, che produce ferite come quelle di uscita della calotta cranica di JFK. In pratica, il proiettile entra producendo un foro che può anche essere di dimensioni minori del calibro effettivo, per il recupero elastico delle ossa, poi inizia a ribaltarsi provocando lo sfacelo dell’encefalo (tenere presente le forze interne di pressione provocate dal principio di Pascal, visto che l’encefalo può essere considerato un fluido ad alta viscosità), quindi impatta, ribaltato, contro l’osso della parte opposta, non riuscendo a perforarlo perché la superficie di impatto è molto estesa (in virtù anche delle deformazioni subite dal proiettile, oltre che da semplici questioni geometriche), ma esercitando una forza premente impulsiva tale da far cedere le giunzioni craniche, oltre a provocare la proiezione di ampie porzioni della scatola cranica in frammenti di grandi dimensioni. In pratica, è un’azione più di sfondamento che di perforazione”. Si aggiunga che sulle ossa del cranio di Kennedy furono rinvenuti in sede autoptica due segni tipici che permettono senza dubbio di individuare un ingresso parietale-occipitale e una fuoriuscita temporo-frontale, ossia le famose svasature della teca cranica dette “a becco di flauto”.

8)  Ansa. Accogli:: Già che ci siamo, possiamo provare anche la teoria del “magic bullet” [il proiettile che avrebbe attraversato il collo di Kennedy e il corpo del governatore Connally]?
Ten. Col. Riso: Come possiamo vedere, il proiettile, una volta attraversati i due bersagli di carne, ha impattato sul giubbotto. L’abbiamo recuperato e possiamo constatare che è andato di piatto ed è notevolmente deformato. Vuol dire che all’uscita dei due bersagli, costituiti dai due pezzi di carne messi alla distanza di circa 60 cm, aveva un’energia sufficiente a consentire la sua deformazione. Il “magic bullet” non può aver colpito due uomini e rimanere intatto come si vede nel reperto.
Ho chiesto telefonicamente al Ten. Col. Riso se fosse al corrente che la palla recuperata all’ospedale di Dallas era deformata lateralmente e non intatta: non lo sapeva. Si era evidentemente fidato della foto mostratagli da Accogli, che riprende il proiettile solo nella sua lunghezza, ma non in sezione. Ma non sta qui l’inaffidabilità di quest’altro test di Riso. Ecco il parere del perito balistico Vero Vagnozzi di Roma: “I pezzi di carne messi a 40 o a 80 metri non possono deformare una pallottola del ’91. La deformazione della palla mostrata nel filmato di Terni si è verificata perché Riso ha messo come bersaglio finale un giubbotto antiproiettile di kevlar, per cui la deformazione deriva dall’impatto col kevlar e non dall’attraversamento dei pezzi di muscolo animale, per il quale sarebbe stata assolutamente impossibile quella deformazione. Riso, per il recupero della pallottola dopo il passaggio nella carne, non avrebbe dovuto mettere a fine tragitto un giubbotto antiproiettile, ma una balla di ovatta o meglio ancora un blocco di gelatina balistica. Avrebbe ritrovato la palla integra. Essa si deforma anche se ha come destino finale un blocco di elenchi telefonici, che io uso nelle prove di armi senza recupero di palla, quando non devo procedere all’identificazione: figuriamoci se non si deformava finendo su un giubbotto antiproiettile!”. Il secondo colpo sparato da Oswald attraversò i muscoli del collo e la trachea di Kennedy senza incontrare ossa, entrò in “effetto tumbling” (cioè iniziando una roteazione per la sua lunghezza) nella schiena di Connally, impattò lateralmente e spezzò una costola, uscì completamente rovesciato sotto il capezzolo destro, trapassò il polso destro e si infilò nella pelle della coscia sinistra. Fu ritrovata su una barella usata quel giorno al Parkland Hospital. Antonino Cascìno, nella sua opera sul ’91 (“La penetrazione”, 1897), dice che sparò contro tre cadaveri umani messi in fila con quel tipo di munizione, alla distanza di cento metri: furono impattate ossa, ma i cadaveri furono tutti trapassati da un unico proiettile, recuperato dietro il terzo corpo. Kennedy e Connally erano ad una distanza dall’arma di circa 58 metri. La portata utile delle munizioni del ’91 è di circa due chilometri e la velocità alla bocca dell’arma è su valori tra i 650 e i 700 metri al secondo.
Nel mio libro “Ecco chi ha ucciso John Kennedy” riporto, alle pagine 436, 441, 444 e 448, i pareri fornitimi dal dottor Martino Farneti, ex Direttore della Sezione Ricerche Balistiche della Polizia Scientifica Criminalpol di Roma, dal Generale dell’Esercito italiano Romano Schiavi di Brescia, dal dottor Antonio Ugolini di Roma e dal dottor Marco Morin di Venezia, periti balistici. “Coloro che dicono impossibile il duplice ferimento operato da un unico proiettile perché la sua traiettoria avrebbe dovuto essere a zig zag – dice Romano Schiavi – barano spudoratamente… Lo schiacciamento laterale del proiettile è perfettamente compatibile con quella traiettoria… compresa la frantumazione della costola di Connally… Il fatto di trovare il proiettile nei vestiti o sulla barella d’ospedale è abbastanza comune”. : “Quel tipo di proiettile può, a certe condizioni, attraversare anche tre o più corpi umani…”. Farneti: “Se non impattano ossa, quei proiettili possono attraversare anche due, tre o quattro corpi umani. Se colpiscono ossa, possono trapassarne almeno due. Comunque sono proiettili di grossa potenza…Non è incompatibile con la casistica a mia conoscenza che un proiettile possa essere non eccessivamente deformato. Ci sono casi di proiettili che attraversano corpi senza deformarsi proprio per aver colpito in senso tangenziale una costa o un osso e perdono piombo in microframmenti solo dalla parte posteriore, dalla base... Si possono trovare normalmente casi del genere [ossia una palla appiattita lateralmente dopo aver attraversato due corpi, N.d.A.]… Un tiratore medio della polizia italiana resterebbe, per quei tre colpi, negli otto secondi previsti. Un buon tiratore scelto impiegherebbe cinque secondi per tutti e tre i colpi… Le capacità di Oswald sono equiparabili ai nostri tiratori scelti, che spesso fungono anche da istruttori di tiro”.  Morin: “Se in Italia  si prevedeva la possibilità di tiro utile mirato con una cadenza di un colpo ogni circa tre secondi, appare evidente come Oswald, che era certamente un bravo tiratore, sia stato in grado di sparare nei tempi riscontrati. Egli era anche notevolmente agevolato dal mirino telescopico… Per il tiratore appostato alla ormai celebre finestra del deposito di libri il bersaglio era praticamente fermo… Dalla fotografia della base del proiettile recuperato a Dallas, la stessa appare elissoidale e con il piombo in parte estruso. Non è una palla intatta”. Michael Baden, patologo forense a capo del team balistico e medico-legale dell’HSCA nel 1978, ha detto: “Quella palla non era quasi intatta, come qualcuno sostiene. Nonostante la pesante camiciatura militare, era deformata lateralmente. Dire palla quasi intatta è come dire donna un po’ incinta. O lo è o non lo è”. Anche questo test dell’Ansa, quindi, non prova assolutamente che i due uomini non possano essere stati trapassati dal medesimo proiettile poi ritrovato sulla barella.

9) Ansa. Accogli: L’ultima commissione d’inchiesta che negli USA indagò sul caso dette peso alle testimonianze di chi indicava che fra Oswald e Ruby vi fossero legami, ma la Warren Commission, pochi mesi dopo il delitto, concluse che Oswald era l’unico responsabile dell’omicidio.
La frase di Accogli è a mio avviso ambigua. E infatti il giornalista non dice che “l’ultima commissione - supponiamo si tratti dell’HSCA – provò che Oswald e Ruby erano in contatto”, cosa che infatti non si verificò, ma dice vagamente che l’HSCA “dette peso alle testimonianze” di chi (chi? I nomi?) indicava che fra Oswald e Ruby vi fossero non meglio precisati “legàmi”. Il sospetto d’obbligo Accogli lo butta lì nell’ultima frase: in pratica questi cattivoni della Commissione Warren avrebbero mentito al mondo sostenendo invece, subito dopo il delitto, che Oswald aveva agito da solo, senza l’aiuto di nessuno. Per il lettore disinformato, queste frasi di Accogli sono a mio avviso fuorvianti, perché non esiste alcuna prova seria che Oswald e Ruby si conoscessero. E, a rigore, non sarebbe stato nemmeno necessario che si conoscessero, se fosse stato davvero organizzato un complotto. Ma questo i lettori di Accogli non possono saperlo, se non gli viene detto.

10) Ansa. Accogli: Resta da chiarire l’aspetto forse più italiano della vicenda. Dice il Rapporto Warren che il fucile di Dallas era unico al mondo con quel numero di serie. Una prova fornita dal Sifar, nel marzo 1964. Una prova decisiva, che non solo legava l’arma alla trafila dell’acquisto per posta, e dunque ad Oswald, ma in qualche modo certificava le evidenze balistiche. Se il fucile era unico al mondo, solo quello poteva produrre i frammenti trovati nella limousine. Ma il documento del Sifar, in lingua originale, non è mai apparso. Passati 43 anni, è lecito chiedersi se sia mai stato prodotto. Dopo lunghe ricerche abbiamo trovato questo. E’ del dicembre 1963. Il ministro della Difesa in carica Andreotti ordina al misterioso Depatron Service un rapporto sul fucile. Segue la traduzione. Ogni arma normalmente reca il numero di serie, dice il testo. Le foto mostrano un’arma diversa, un 7,35. L’estensore del documento raccomanda di passare copia al Servizio Segreto e all’FBI. Chi scrive è infatti il Capo della CIA di Roma, Daniel M. Presland, ovvero William K. Harvey, capo dell’Executive Action, il comitato ristrettissimo della CIA incaricato di condurre i piani per assassinare i Capi di Stato stranieri, tra cui Lumumba e Castro. Harvey era stato rimosso da JFK nel giugno 1963. Il Presidente aveva infatti imposto un cambio radicale nella politica estera e nelle operazioni segrete, soprattutto verso Cuba, con cui si profilava una fase di avvicinamento. Poche settimane dopo la sua morte, il 4 dicembre, il presidente in carica Johnson si dimostrava ansioso di avviare azioni più positive nel faccia a faccia con Cuba.E fra le azioni positive previste dal nuovo corso c’è un ritorno al passato: l’invasione militare. 
Ho lasciato per ultima questa sezione dell’ “inchiesta” di Accogli perché è a mio avviso un tipico esempio di giornalismo sensazionalistico costruito a tavolino: il brano merita di essere scomposto nelle sue affermazioni, perché solo così si può notare quanto esso abbia tutte le caratteristiche tipiche dello scoop estivo che non si basa mai su cose totalmente inventate, ma va invece costruito manipolando elementi di sicuro riscontro e di provata veridicità. E’ quella che i giornalisti americani chiamano news management:
Dice il Rapporto Warren che il fucile di Dallas era unico al mondo con quel numero di serie. La “storia” di quel fucile è stata ricostruita fin dall’uscita dall’Arsenale militare di Terni. A meno di non ipotizzare un falso, non potevano esistere due Mannlicher Càrcano ‘91/38 calibro 6,5 con numero di matricola C2766, quella rigatura, quel percussore, quelle certificazioni di controllo e revisione in Italia e in Usa che avevano lasciato molte tracce documentarie. La corretta analisi balistica comparativa fatta subito dopo il delitto provò che solo quell’arma poteva averli sparati quel giorno.
Una prova fornita dal Sifar, nel marzo 1964. Una prova decisiva, che non solo legava l’arma alla trafila dell’acquisto per posta, e dunque ad Oswald, ma in qualche modo certificava le evidenze balistiche. Se il fucile era unico al mondo, solo quello poteva produrre i frammenti trovati nella limousine.
Ecco il secondo sospetto buttato lì, che appaga la dietrologia dell’opinione pubblica verso gli “intrighi del Potere”. Una prova “fornita dal Sifar”! Gatta ci cova, puzza di bruciato per forza. Ed era pure una “prova decisiva”! Attenti, probi cittadini! Vogliono turlupinarvi: forse c’è il Sifar d’accordo con la CIA dietro il viaggio del fucile da Terni alle mani di Oswald…
Ma il documento del Sifar, in lingua originale, non è mai apparso. Passati 43 anni, è lecito chiedersi se sia mai stato prodotto. Dopo lunghe ricerche abbiamo trovato questo. E’ del dicembre 1963. Il ministro della Difesa in carica Andreotti ordina al misterioso Depatron Service un rapporto sul fucile. Segue la traduzione. Ogni arma normalmente reca il numero di serie, dice il testo. Le foto mostrano un’arma diversa, un 7,35 .
Che significa “in lingua originale”? Che nella traduzione inglese resa pubblica Accogli ha trovato delle discrepanze con quella originale italiana? E’ questo che Accogli insinua? Se il documento italiano non è stato forse mai reso noto (Accogli a questo punto strizza l’occhio al pubblico), forse c’era qualcosa che non doveva essere reso pubblico, mai conosciuto da noi comuni mortali, dal popolo onesto… Ma noi non ci facciamo fregare, dice Accogli: carta canta! “Dopo lunghe ricerche” (dove? In Internet? Sui documenti della Warren?) noi sì che siamo riusciti a scovare ciò che i cattivoni del Sifar e della CIA non volevano farci conoscere! Addirittura Andreotti “ordina” agli americani un rapporto sul fucile… Ma non basta: il fucile fotografato è un 7,35. Chi lo prova? Mistero. Come si fa a distinguere ad occhio un 91/38 6,5 da un 7,35? Mistero. Ma intanto la mente del pubblico galoppa e Accogli fornisce altri sospetti infondati: “Anvédi – come dicono a Roma – il Sifar, Andreotti, la CIA… Ma non è che, niente niente, dietro la morte del povero presidente tanto caruccio ci sono i soliti mascalzoni? I soliti burattinai?”.
L’estensore del documento raccomanda di passare copia al Servizio Segreto e all’FBI. Chi scrive è infatti il Capo della CIA di Roma, Daniel M. Presland, ovvero William K. Harvey, capo dell’Executive Action, il comitato ristrettissimo della CIA incaricato di condurre i piani per assassinare i Capi di Stato stranieri, tra cui Lumumba e Castro. Harvey era stato rimosso da JFK nel giugno 1963.
Ancora misteri, uomini nell’ombra, sigle inquietanti: il Secret Service, la CIA, l’agente segreto col nome falso defenestrato da Kennedy e perciò ansioso di vendetta (sta a vedere che è stato lui…), l’Executive Action assassina, Castro, Lumumba… Il fatto è che Accogli gode a gettare lì questi intrecci del tutto casuali e non significativi, ma che apparentemente sembrano segnalare una traccia, un filo conduttore, un sospetto sui soliti e misteriosi “servizi deviati”, che non hanno mai nomi e volti. Un complotto che si rispetti è senza volti e senza nomi, e soprattutto senza prove: sennò, che complotto sarebbe? Non dubito che sarò anch’io sospettato da qualche idiota di essere sul libro paga della CIA…
Il Presidente aveva infatti imposto un cambio radicale nella politica estera e nelle operazioni segrete, soprattutto verso Cuba, con cui si profilava una fase di avvicinamento. Poche settimane dopo la sua morte, il 4 dicembre, il presidente in carica Johnson si dimostrava ansioso di avviare azioni più positive nel faccia a faccia con Cuba. E fra le azioni positive previste dal nuovo corso c’è un ritorno al passato: l’invasione militare.
Quanto dice qui Accogli è a mio avviso errato: il “Presidente Buono” che vuole la pace e il “cattivo” Johnson (che deve la poltrona presidenziale ai suoi amici della CIA) pronto ad invadere Cuba. Dire che questa sia una distorsione della Storia credo sia un eufemismo. John Kennedy (e più di lui il suo alter ego, il fratello Bob) mantenne aperte nel 1963 entrambe le opzioni nei confronti di Cuba: con una mano cercava contatti informali con Castro (vedi viaggio del giornalista Jean Daniel), con l’altra autorizzava la CIA ad aggiornare i piani per l’invasione militare di Cuba in caso di necessità e non fermava i preparativi dell’Agenzia per “eliminare” il dittatore cubano. Questa ambiguità continuò fino al giorno della sua morte. Recenti documenti (si veda ad esempio il volume Ultimate Sacrifice) inducono a pensare che l’opzione dell’invasione sia stata sempre tenuta in evidenza da Kennedy. Al contrario, Johnson, sempre più impelagato nella guerra del Vietnam e timoroso che Castro fosse il mandante di Dallas, congelò qualunque progetto di invasione di Cuba. “Gestivamo una maledetta Omicidi S.p.A. laggiù nei Carabi”, disse al giornalista Leo Janos nel 1972 (Atlantic Monthly, July 1973). Ecco alcuni pareri in proposito: “Johnson non aveva voglia d’iniziare la sua presidenza e di presentarsi alle elezioni rilanciando la crisi cubana… Helms della CIA scoprì che a Johnson mancava l’impegno emotivo di Kennedy per un’azione clandestina contro Castro. Il nuovo presidente ordinò alla CIA di interrompere il programma di sabotaggio… Desmond Fitzgerald della CIA disse ai suoi agenti nel 1964: Se Jack Kennedy non fosse morto posso assicurarvi che entro lo scorso Natale ci saremmo sbarazzati di Castro” (Michael R. Beschloss, The Crisis Years, N.Y., Harper&Row, 1991, trad. it. Roberta Rambelli, Guerra Fredda. Kennedy e Krusciov: Cuba, la crisi dei missili, il Muro di Berlino, Milano, Mondatori-Le Scie, 1991, p. 697); “Le manovre anticastriste cessarono nell’aprile 1964, per ordine diretto di Lyndon Johnson, che le considerava nient’altro che una dannosa Società Omicidi dei Carabi” (Marco Valle, Storia Illustrata, n. 2, ott. 1995, p. 48); “La CIA consiglia l’attacco a Castro, ma Johnson non vuole la seconda invasione” (Mauro Calamandrei, L’Espresso, 24 maggio 1964, p. 4); “Lyndon Johnson non è un ammiratore cieco della CIA e degli altri enti del governo invisibile. Quando Sargent Shriver fu scelto a dirigere i Volontari della Pace, Johnson gli disse di guardarsi dai tre C: Commies, Cuties and CIA (Comunisti, omosessuali e CIA)” (Mauro Calamandrei, L’Espresso, 9 agosto 1964, p. 9); “Johnson, dal momento in cui prese possesso dello Studio Ovale, temette che Castro tentasse ritorsioni contro di lui e i suoi familiari e ordinò perciò di fermare qualunque attività dei servizi segreti americani contro il leader cubano: il suo assistente speciale, Joseph A. Califano, è un testimone diretto di questi avvenimenti”, mio libro, p. 256 (fonti alle note 567 e 568, p. 534). Sarei grato a Claudio Accogli se volesse fornirmi le fonti sulle quali basa le sue affermazioni.


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