Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Ottima sentenza sulla comparazione di proiettili (Caso Fontanesi)

Sono lieto di riportare una  sentenza emessa dalla Corte di assise di Reggio Emilia, magistralmente motivata dal giudice estensore Dott. Luca Ramponi, giovanissimo magistrato, molto impegnato nello studio del diritto.

La trovate qui allegata in PDF

L’estensore ha affrontato in modo esemplare l’argomento della comparazione dei proiettili, documentandosi ampiamente con la più moderna dottrina americana e riuscendo a dare razionale risposta a tutti i problemi sollevati nel corso del processo a cui hanno preso parte praticamente i migliori periti balistici italiani (e sono molto soddisfatto di vedere che tutti coloro che hanno operato, salvo il dr. Boffi,  compaiono nella lista dei migliori periti italiani su questo mio sito; se si volesse fare una ulteriore perizia collegiale non si saprebbe proprio chi nominare). Ciò conferma quanto ho sempre sostenuto e cioè che per essere un buon giudice del fatto non ci vuole necessariamente uno scienziato, ma basta una persona che abbia la mente logica ed abbia la capacità e l’umiltà di informarsi. Il dr. Ramponi si è tanto ben  informato che la sua sentenza potrà essere di insegnamento per chiunque dovrà giudicare in materia di comparazione di proiettili e di utilizzo di prove scientifiche in un processo penale.
La sentenza ha messo la pietra tombale su di un caso che è finito davanti alla corte d’assise solo per le deficienze del nostro sistema giudiziario. Come ho già spiegato ampiamente altrove, i nostri pubblici ministeri si affidano fideisticamente ai laboratori delle forze di polizia, prendono delle fregature solenni, ma se ne accorgono (ma non sempre)  troppo tardi, quando ingiustizia è fatta. E talvolta forme caratteriali varie impediscono loro di ammettere che hanno commesso ingiustizie (poco importa che si tratti di un innocente condannato oppure di un reo assolto; sempre una ingiustizia rimane!)

Nel 2009 la Polizia di Stato aveva la bell’idea, molto presuntuosa visto il materiale umano di cui disponeva, di cercare di risolvere con i nuovi mezzi scientifici, vecchi casi irrisolti dal 1975 in poi, e creava un apposito ufficio denominato UDI (ufficio delitti irrisolti), presentato come il non plus ultra:
http://www.militariforum.it/forum/showthread.php?20628-Unit%E0-Delitti-Insoluti
Per scompisciarsi basta leggere la frase in cui si parla dello  “occhio onniveggente dell’UDI”;  in realtà scoprivano ben presto che in Italia c’era poco da fare per risolvere vecchi casi perché di regola i tribunali avevano buttato via tutti i reperti su cui lavorare!
Un caso su cui lavorare però lo trovavano ed era quello del dottor Carlo Rombaldi, noto medico di Reggio Emilia, ucciso l’8 maggio 1992, di sera, sotto casa, con alcuni colpi di rivoltella Smith & Wesson. L’UDI faceva una ricerca sui detentori di una rivoltella di quel tipo e trovavano che a Reggio Emilia ne aveva una il vigile urbano Pietro Fontanesi che abitava nei pressi della casa del dr. Rombaldi. Confrontati i proiettili letali con l’arma, la polizia scientifica di Roma concludeva che essi erano stati sicuramente sparati con la rivoltella di Fontanesi.
Subito veniva convocata una trionfale conferenza stampa con la presenza del procuratore capo Giorgio Grandinetti e di un sostituto ed i vertici della squadra mobile reggiana, oltre ai funzionari della sezione delitti insoluti, e si procedeva contro il Fontanesi. Si sa purtroppo che vi è una regola psicologica generale secondo cui  quando ci si espone in questo modo può anche capitare che qualcuno in seguito, invece di cercare la verità, cerchi di salvare la faccia!
Si noti che in questa vicenda i proiettili letali ad un certo momento erano spariti e sono stati ritrovati in modo fortunoso, tanto che si è dovuta svolgere una perizia per dimostrare che proiettili ritrovati erano proprio quelli del caso Rombaldi. Negli Stati Uniti il processo si sarebbe chiuso nello stesso momento in cui si scopriva ciò, perché quando viene meno la” catena della custodia”, tale da garantire che il reperto è sempre stato sotto la custodia di un funzionario responsabile, il reperto non è più una prova accettabile. Poco importa dimostrare che il proiettile ritrovato e quello originario, perché  nessuno può sapere a quali vicissitudini sia stato esposto.

Nel processo Fontanesi le perizie e consulenze tecniche sono state  svariate. Nell’immediatezza dei fatti una prima relazione venne redatto da Paolo Romanini (ora defunto) che però si fermò alla descrizione sommaria dei reperti balistici e ad una possibile ricostruzione delle traiettorie, visto che mancava l’arma.
Una seconda consulenza balistica viene affidata nell'ottobre del 2011 dal PM Guerzoni a P. Benedetti che viene incaricato di valutare eventuali corrispondenze, sulla base di fotografie realizzate nel 1993 dal tecnico  dello SPS Coluccci, dei proiettili letali, dei quali non vi era più traccia nel processo (!) ed i tests  ottenuti con il revolver di cui Fontanesi disponeva all’epoca del fatto; ovviamente nulla si poteva concludere basandosi su delle fotografie.
Seguono poi una terza consulenza balistica a firma Boffi della polizia scientifica,disposta dal PM Pantani, datata maggio 2012, e  una quarta consulenza  balistica a firma Boffi, datata agosto 2012, ad ulteriore conferma della prima.
Una quinta consulenza di V. Balzi disposta sempre dal PM Pantani tratta unicamente di tecnologie costruttive delle armi e suggerisce una serie di misurazioni di precisione dell'arma in sequestro, mai effettuate.
Una sesta perizia affidata l' 8.4.2013 dalla Corte di Appello. al Maggiore dei Carabinieri. M. Donghi, conclude  affermando che i risultati sono "inconclusivi" secondo la scala AFTE poiché in assenza di  contrassegni macroscopici comuni non si può tener conto di sporadiche, invero pochissime, coincidenze microscopiche;
Una settima perizia, questa volta collegiale, affidata dalla CdA. a Gentile, Farneti e Guccia il 28.10.2013 giunge alle stesse conclusioni.
 La parte civile era assistita dal professor Compagnini e la procura della Repubblica aveva come consulenti, oltre al dottor Boffi, anche i periti Benedetti e Balzi. Questi due nel corso del processo in Corte di Assise sono stati scaricati dalla Procura. Dice un proverbio che a pensar male ci si azzecca sempre e molti sono convinti che essi non abbiano voluto prestarsi a sostenere le affermazioni di Boffi, con il sicuro effetto di squalificarsi professionalmente.
Del resto quale assurda pressione morale si stata esercitata nel  processo, si ricava dal fatto che dopo che il maggiore dei Carabinieri Donghi (perito per dovere e non per piacere o per lucro!) aveva concluso la sua relazione, il PM dichiarò alla Stampa che stava valutando la possibilità di incriminarlo per falsa perizia! E tutti i periti che nel corso del processo hanno  contestato le tesi della Procura, sono stati maltrattati come se fossero incompetenti o in mala fede. Questo è un po’ troppo anche per il più accanito dei fideisti! Quando cinque periti dicono che una cosa è bianca e solo uno dice che è nera, direi che sia doveroso farsi venire il dubbio che il sesto perito .. non ci veda!
Molto bene  rileva l’estensore della sentenza che non si può pretendere troppo dai due ulteriori consulenti della Procura, nominati a rincalzo del Boffi con “il compito di sostenere con ogni possibile argomento, non solo tecnico ma anche retorico, i risultati dell'iniziale accertamento del Servizio di polizia scientifica cui gli stessi nuovi CT appartengono”. Aggiunge poi maliziosamente che la “loro competenza tecnica è indiscussa”,  credo perché nessuno si è mai preso la briga di discuterla, visto che il problema non era da tecnici ma da scienziati! Comunque nel processo non hanno avuto alcun peso.

Secondo altre voci giuntemi, ma che ritengo leggende metropolitane, persino i tre periti della settima perizia sarebbero stati oggetto di indagini riservate per scoprire in forza di quali misteriose trame osavano anch’essi porre in dubbio le perizie del Boffi e la conseguente illuminazione della procura. Ormai il dogma della infallibilità papale è stato abbandonato dal Vaticano, ma nella giustizia italiana continua a sopravvivere il dogma della infallibilità dei periti nominati dai pubblici accusatori! Troppi sono coloro che non demordono dal sostenere l’insostenibile fino a che la Cassazione non gli spiega che non hanno capito nulla.
Ad ogni modo alle fine del dibattimento tutti i periti  e consulenti, anche quello di parte civile, sono stati concordi che non vi era la prova che i proiettili letali fossero stati sparati dall’arma dell’imputato.
Unico rimasto a resistere, più alla scienza che agli altri periti, era l’esperto della polizia scientifica Dr. Boffi che ha combattuto per sostenere le tesi dell’accusa.
Spesso mi viene il sospetto che in certi ambienti (giornalismo, giustizia, polizia) la più grande manifestazione di coraggio si esplichi nel negare l’evidenza!
Venendo meno l’unica prova a carico dell’imputato, mancando qualsivoglia altra minima prova o indizio e persino un movente a suo carico, si imponeva l’assoluzione dell’imputato stesso. Come puntualmente fatto dalla Corte di Assise.
Vedo dalle notizie di stampa che la procura della repubblica ha già impugnato la sentenza di assoluzione, rimasticando con nocuranza tutte le argomentazioni già ridicolizzate nel corso del dibattimento.
Un difetto del nostro sistema giudiziario è che la stessa procura che ha perso la faccia in un processo sia legittimata a proporre appello, così che il cittadino legittimamente si chiede se con l’appello intenda difendere se stessa o realizzare la giustizia. L’appello dovrebbe logicamente essere riservato al solo procuratore generale. Cosa ancora più saggia sarebbe stabilire che in caso di assoluzione in primo grado l’appello può essere proposto solo per esaminare importanti elementi non già valutati nel primo grado; non ha alcun senso andare in appello per sentire l’opinione di altri tre giudici (o di altri otto giudici in corte di assise), i quali neppure per presunzione di legge, sono più preparati di quelli del primo grado. Se due collegi sono di opinione diversa sui medesimi fatti, è di tutta evidenza che si è di fronte a quella ragionevole dubbio che impone comunque di assolvere un imputato.
Altro problema urgente da risolvere è quello del perché un povero Cristo tratto a giudizio con prove inconsistenti debba pagarsi tutte le enormi spese per avvocati e periti, subire un devastante danno morale, senza che lo Stato senta il dovere di accollarseli e di recuperare i soldi eventualmente da chi ha sbagliato con colpa grave.

Dobbiamo spendere qualche parola sul dr. Boffi, non perché abbia nulla contro di lui, che considero essere anch’egli una vittima del sistema, ma per dimostrare con quale faciloneria nella polizia scientifica vengono elevati al rango di periti “onniveggenti” delle persone che non hanno una preparazione di adeguato livello. Non è concepibile che da anni la polizia scientifica vada avanti mandando via tutti coloro che le fanno fare delle brutte figure, senza riuscire però a raggiungere un livello di affidabilità sufficiente: se si tenesse il conto delle perizie in materia di residui di sparo e di comparazione di proiettili eseguite da periti di dubbia competenza e demolite in sede giudiziaria, sarebbe facile constatare che quelle eseguite con adeguato metodo scientifico sono una piccola percentuale. Il che significa che appena un problema presenta qualche aspetto critico che richiede capacità ed impegno superiori, la polizia scientifica non è all’altezza.
Qualcuno mi obietterà “ma perché i giudici continuano a fidarsi delle loro perizie? Non hanno ancora capito che si espongono solo a brutte figure?” La risposta è semplice: perché troppi di loro non sono proprio all’altezza e perché neppure corrono il rischio di essere restituiti all’agricoltura! Ovviamente anche fra i periti privati iscritti negli albi dei Tribunali vi sono abissi di ignoranza, di cui i giudici non si accorgono, ma me ne sono già occupato altrove .
Torniamo alla preparazione degli esperti della polizia scientifica. Nel 2008 il Dott. Boffi è stato intervistato dalla rivista Polizia Moderna ed ha esposto alla giornalista Anna Paola Palagi  il Boffi-pensiero in materia di residui di sparo; ecco quanto egli ha detto (sono riuscito a recuperare una copia della rivista in una biblioteca vicino a Milano), con le osservazioni che si rendono necessarie. Come si vede le sue conoscenze non potevano  essere definite come approfondite.

Ecco il testo del dr. Boffi
Le particelle invisibili
Avete presente quella nuvola di fumo con la quale, nei film o nei fumetti, si rappresenta lo sparo? Non è solo finzione ma anche verità. Quando un’arma fa fuoco esce sempre del “fumo” e lascia sempre qualche traccia. Si tratta dei cosiddetti “residui dello sparo”: particelle piccolissime, della dimensione di un batterio, non visibili ad occhio nudo ma sempre presenti sul luogo di una sparatoria o sulle mani di chi ha appena usato una pistola. Rintracciare questi residui, nel caso di un reato commesso utilizzando un’arma da fuoco, può essere molto importante per identificare l’autore o per intuire gli spostamenti fatti da chi ha usato una pistola o un fucile; insomma per trovare elementi utili alle indagini. Ma dimostrare il coinvolgimento di una persona in una sparatoria non è per niente facile anche perché molti elementi presenti nell’aria o nell’ambiente (come fertilizzanti, pesticidi, gas di scarico eccetera)  [Nota: i fertilizzanti a base azotata davano falsi positivi nella prova del guanto di paraffina. I pesticidi sono sostanze a base di composti di fluoro e cloro quindi non si deve confondere la singola specie atomica con il composto molecolare. I gas di scarico, se riferiti a quelli delle autovetture, non raggiungono le condizioni termiche e pressorie né tantomeno le composizioni dei gsr ] potrebbero, se analizzati, confondersi con gli elementi contenuti nella polvere [Nota: non di polvere si tratta ma di polveri molto fini. la differenza è non da poco, attesa sia la natura inorganica dei gsr (Pb Ba Sb) che quella organica, ossia riferita alla parte del propellente incombusta o parzialmente combusta.] prodotta da un colpo di pistola.
«In poche parole, i residui dello sparo – spiega il direttore tecnico Federico Boffi, responsabile del laboratorio di microscopia elettronica del Servizio Polizia Scientifica – sono delle particelle che si formano per fusione».[Nota: appare riduttivo parlare di fusione. la transizione di fase indotta dall`esposizione comporta una sublimazione ossia una repentina  vaporizzazione a partire dalla fase solida quindi interviene un passaggio alla fase liquida e quindi di nuovo solida. Le particelle nei differenti stati evolutivi si aggregano, solidificano, si riliquefanno ecc. Probabilmente si riferisce all`aggregazione ma anche in questo caso il termine è infelice. ]
Al momento dello sparo, nell’esplosione di un’arma da fuoco, la temperatura e la pressione che derivano dalla detonazione dell’innesco [Nota:se  l`innesco detonasse, allora poveri noi. È dimostrato che l`esplosione è del tipo deflagrativo a bassa brisanza] e dalla deflagrazione della carica di lancio sono altissime (fino a 3.000 gradi)[Nota: non proprio; cfr. lo studio di Marco Morin sul diagramma di Basu]. Si attiva così una serie di processi chimico-fisici che causano, prima, la disgregazione delle molecole presenti nei vari elementi costituenti la cartuccia (polvere d’innesco, polvere di lancio, bossolo, palla, eccetera) [Nota:  niente di più errato: i gsr sono già formati nella capsula d`innesco. propellente, bossolo e palla come dice l`autore concorrono in maniera molto secondaria. È come se si dicesse che la sola  percussione di un bossolo innescato non produce gsr ], poi la loro fusione casuale e il successivo, repentino raffreddamento. Infatti gli elementi, frammenti di molecole fuse insieme al momento dello sparo, nel loro processo di raffreddamento all’uscita del vivo di volata dell’arma da fuoco, tendono ad assumere una forma per lo più sferoidale dovuta al movimento rotatorio.[Due gravi errori: il primo concerne le chiusure labili per cui i gsr escono anche dal vano di espulsione del bossolo. Il secondo riguarda la fantasia del moto rotatorio;è  il proiettile che ruota nella canna, non i gas che per loro natura sono ubiquitarie i globuli non si formano  davvero perché ruotano! Si pensi a metallo fuso dei pallini di piombo per cartucce da caccia che cade dall`alto: abbisogna forse di un movimento rotatorio per formare la forma sferoidale? se invece la particella si formasse in  quanto soggetta ad un movimento rotatorio, attesa la anisotropicità avremmo forme allungate poiché per forza centrifuga le masse confinate si disporrebbero verso l`esterno; cfr moto di una trottola et similia  ]. Ma proprio per la loro modalità di formazione e perché tutti i componenti della cartuccia possono contribuire alla loro composizione «trovare due particelle uguali, per forma, dimensioni e composizione chimica è praticamente impossibile» – ribadisce il responsabile della IV sezione. Di solito i residui si depositano sugli abiti o sulle mani di chi spara, in particolare nello spazio di pelle compreso tra pollice e indice dove poggia la pistola.[Nota: Allora perché nei kits dei CC e della PS vi sono gli elementi di raccolta per narici, orecchie e capelli? ] Ma solo il ritrovamento di particelle composte contemporaneamente da piombo, antimonio e bario può dare agli investigatori la certezza che quella persona abbia – da poco tempo – utilizzato un’arma da fuoco leggera, o che almeno ne sia venuta in contatto. In base a dei protocolli internazionali – certificati da una società americana (Astm)[Nota: ASTM dal 2010, riconosce che non esistono particelle esclusive di sparo. È una società privata che emana standard tecnici non scientifici. ] – solo questo tipo di particella ternaria (cioè composta in contemporanea dai tre elementi sopra citati) può, infatti, considerarsi caratteristica e assolutamente indicativa dello sparo [Nota:in generale particelle di Pb, Ba, Sb con determinate caratteristiche morfologiche e dimensionali sono particelle caratteristiche dello sparo, nel senso che pur  non essendo univocamente attribuibili allo sparo in quanto possono avere altre fonte, potrebbero essere state prodotte da uno sparo. Associare ad una generica particella ternaria il crisma di assolutamente indicativa un errore; visto che l`articolo è del 2008 vale la pena di sottolineare che l`originaria classificazione di Wallace e McQuillan del 1984 fu  ristretta ulteriormente, e lo è stata ancora di più dalla scoperta, avvenuta in occasione di importanti accertamenti tecnici compiuti tra il 1997 e il 1998 in occasione di un eclatante evento di cronaca: anche l’unica particella riconosciuta ancora come ‘univoca’, quella ternaria composta di piombo+bario+antimonio, poteva in realtà derivare pure da fenomeni diversi dallo sparo. La prima compiuta dimostrazione, anticipata da Robin H. Keeley del British Forensic Science Service, ripresa in Italia nel 1998-99 dal professore Marco Morin e dal dottore Claudio Gentile in un forum di discipline forensi, e poi presentata dal dottor Gentile del Dipartimento di Fisica dell’Università di Messina come il crollo del dogma della univocità, si deve al professor Carlo Torre, apprezzato direttore del Laboratorio di Scienze Criminalistiche attivo presso l’Università di Torino. Se dunque l`intervistato fosse stato veramente aggiornato, sarebbe poi stato pure al corrente che la pretesa esistenza di particelle univocamente riferibili a fenomeni di sparo era stata sconfessata già dal 1998 quando Gentile e Morin informarono la comunità scientifica internazionale che anche sistemi di frenatura a disco potevano formare particelle praticamente identiche a GSR. ]. Significa che ad oggi non è stata monitorata nessun altra attività umana che produca “fusi” contenenti questi tre elementi se non l’uso di un’arma da fuoco. Anche altre particelle, seppure composte in modo diverso – e non caratteristiche, ma semplicemente compatibili con l’utilizzo di un’arma – possono comunque essere ricollegate o ricollegabili ad uno sparo o fornire indicazioni importanti alle indagini. [Nota:ma che valore probatorio hanno particelle semplicemente compatibili con uno sparo, ma aventi pari dignità di particelle frutto di attività antropiche del tutto estranee ad uno sparo?].
In generale, spiega Federico Boffi, rinvenire delle particelle attribuibili ai residui dello sparo su una superficie può indicare: che quella superficie sia stata a diretto contatto con un’arma al momento dello sparo; che sia stata presente a breve distanza da un’arma al momento dello sparo; che sia entrata in contatto diretto o indiretto con un’altra superficie che aveva su di sé residui di sparo.[Nota: L’autore dimentica di menzionare il fattore tempo ed il fattore d`inquinamento che da soli farebbero strage di ipotesi investigative. ]. In sintesi, quindi, la presenza di residui dello sparo non è un dato che può essere valutato in maniera assoluta. Anzi «discriminare tra l’una o l’altra di queste situazioni – dice il direttore tecnico – è l’aspetto più complesso e altamente professionale di questo lavoro». Per intenderci, anche se su una superficie, sulle mani o sugli abiti di una persona vengono rintracciati residui di sparo, questo potrebbe non bastare a dare per certo che quella persona sia colpevole.[Nota: rectius, che sia stata coinvolta direttamente o indirettamente da uno sparo; è il giudice e non il perito che stabilisce, in base a tutte le circostanze, se è colpevole!] Bisogna analizzare caso per caso: tenendo conto di tutte le variabili, delle dichiarazioni rilasciate, delle eventuali testimonianze e delle varie dinamiche possibili per poter, poi, sostenere un’accusa o una difesa in sede dibattimentale.
È noto per esempio, dice Boffi, «che alcuni inneschi utilizzati in alcuni munizionamenti per armi da guerra prodotti nell’Est europeo contengano mercurio»;[Nota:tutti gli inneschi delle munizioni d`oltrecortina erano a base di mercurio; vi sono però lavori di letteratura che affermano che inneschi che dovrebbero contenere mercurio non è detto che lo contengano]  rinvenire questo metallo tra gli elementi che costituiscono i residui potrebbe pertanto dare un’informazione significativa. Lo stesso vale per altri elementi. Nel caso dell’omicidio del professor Massimo D’Antona fu possibile agli uomini della Polizia Scientifica discriminare tra due differenti tipologie di innesco solo grazie alla presenza di stagno nelle particelle trovate sul luogo del delitto [Nota:  mi sembra strano che nella pubblica strada si sia potuto recuperare gsr.,se ci riferisce ai bossoli magari ritrovati sulla scena, allora bastava analizzare le scritte sul fondello per capirne la manifattura. ].
A volte la presenza di polvere di innesco o di lancio su una superficie può invece essere frutto di un “inquinamento” secondario. Il delinquente che ha appena sparato potrebbe, con le mani sporche, aver toccato altri oggetti oppure aver deposto l’arma nel bagagliaio di una macchina. Ma anche queste informazioni, se prese in tempo e nel modo corretto, possono essere utili agli uomini della Polizia Scientifica per capire la dinamica dei fatti, i movimenti del criminale o i mezzi usati per il trasporto delle armi [Nota: la polizia scientifica italiana ha la sfera di cristallo o periti paranormali?]. Nel caso dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno, per esempio, è stato possibile individuare il posto dove era stata conservata l’arma del delitto proprio grazie alla presenza di residui dello sparo nel vano di un appartamento [Nota: si sarà stabilito che vi era stata un’arma; non certo che vi era stata proprio l’arma del delitto!]
Prelievi e analisi
Ma come si cercano e si individuano i residui dello sparo? Prima di tutto è importante sottolineare che le dimensioni delle particelle dello sparo sono piccolissime (vanno da 0,5 ad alcune decine di micrometri) e che il prelievo andrebbe fatto in un tempo il più vicino possibile al momento in cui è stata usata l’arma. Perché più passa il tempo e più è difficile associare la particella, eventualmente rinvenuta, a quello specifico evento: basta anche solo lavarsi le mani per far sparire la maggior parte dei residui. Per il prelievo dei campioni gli operatori della Polizia Scientifica italiana utilizzano dei tamponi adesivi che vengono appoggiati sulla parte interessata. Lo Stub, questo il termine tecnico, [Nota:non è un termine tecnico né un acronimo;in italiano può tradursi in tanti modi; la parola indica un “tubetto” o una “provetta”] è composto da una base di plastica su cui è appoggiato una specie di nastro biadesivo [Nota: no è proprio un biadesivo!] che cattura su di sé tutto quello che è presente sulla zona compresi eventuali residui di sparo. I tamponi opportunamente lavorati vengono poi passati al microscopio elettronico che scansiona tutta la parte punto per punto in tempi molto più rapidi che se a farlo fosse una persona. Il tecnico di laboratorio che poi analizza il risultato deve comunque essere molto preparato ed esperto in materia per capire se nel dato fornito dalla macchina ci sono effettivamente particelle di rilievo per le indagini oppure no. Anche quando il microscopio elettronico trova particelle indicative l’operatore le analizza nuovamente, manualmente e ad una risoluzione più alta [Nota: Che cosa intende Boffi con la parola “risoluzione”? Egli intende un ingrandimento maggiore e più dettagliato di una particella (fase della creazione dell'immagine) o una maggiore risoluzione spettrale? Quest'ultima è una caratteristica della sonda microanalitica xrf-ed ed indica la capacità dello strumento di distinguere due righe spettrali (vicine tra esse tanto da confondersi in una sola in un apparato con peggiore risoluzione spettrale). Ma la risoluzione spettrale è una caratteristica metrologica di base di ogni apparato xrf-ed e tutto al più essa può, per imperizia o per malfunzionamento, peggiorare non certo migliorare la risoluzione.  Infine ciò che può fare l'operatore, nel caso la ricerca automatica abbia evidenziato particelle sospette, è solo acquisire spettri significativi (ossia nei quali vi siano picchi evidenti che si staglino dal fondo) su vari punti della particella e garantirsi un'immagine in elettroni secondari della stessa che ne rappresenti la superficie, la morfologia, il tutto per una valutazione preliminare che porti ad escludere la presenza di formazioni cristalline (facce piane e spigoli vivi), indici di un raffreddamento non repentino come invece è quello che concorre alla formazione dei gsr.] per confermarne la composizione e la morfologia. Il risultato di tutta l’analisi dipende molto anche dalle circostanze del prelievo: dopo quanto tempo dall’utilizzo dell’arma è stato fatto e in quali condizioni; se l’ambiente era asettico oppure no eccetera. Tutte le “variabili” devono essere valutate in maniera professionale ed approfondita tenendo anche conto delle varie informazioni che si hanno sulla dinamica dell’evento, sulle testimonianze e sulle dichiarazioni del sospettato [Nota: Wolten, uno dei padri nobili, diceva: “Inoltre le particelle compatibili individualmente con GSR non devono essere ritrovate insieme a particelle simili incompatibili però con i GSR. (…) “In presenza di particelle chiaramente non identificabili, l’intero prelievo deve essere rifiutato come elemento di prova.” Questa prescrizione è dottrina scientifica che la polizia scientifica italiana non segue ]. Per sostenere in modo corretto discussioni in tribunale o davanti a giudici è importante anche impostare continui monitoraggi di ambienti e attività per individuare altre possibili fonti di contaminazione. Preme sottolineare infatti al direttore tecnico del laboratorio di microscopia elettronica che «l’area dove sono posizionati i tre microscopi è tenuta a pressione positiva per evitare l’ingresso di ogni tipo di particelle dall’esterno». Anche agli operatori è possibile entrare solo attraverso una “doccia d’aria” e con camici usa e getta. Tutto questo per evitare anche una minima contaminazione, seppure difficile, da parte di agenti esterni. [Nota: ma la contaminazione può avvenire al momento del campionamento, durante le operazione di metallizzazione, durante la manipolazione dei bossoli, durante il trasporto del sospettato sulle auto  CC e PS, con le manette ecc,ecc.]
Dal guanto di paraffina al microscopio elettronico
Già negli Anni ’30 si svolgevano degli esami per cercare di individuare sulla pelle dei sospettati tracce della polvere di lancio o dell’innesco. All’epoca si utilizzava il metodo Gonzales, più noto come guanto di paraffina, con cui praticamente si faceva una sorta di calco della mano. Si versava cioè sulla mano dell’indagato della paraffina liquida a una temperatura di circa 50° centigradi e si aspettava che si raffreddasse. Solidificando, la paraffina tratteneva tutto ciò che si trovava sulla superficie della pelle. La successiva analisi chimica per individuare eventuali particelle e residui di sparo distruggeva però il calco della mano e quindi anche la possibilità di ripetere l’esame. Quello del guanto di paraffina non solo è un test irripetibile, ma anche aspecifico, ribadisce il direttore tecnico Federico Boffi. Ad esempio, con quell’esame era possibile, infatti, individuare la presenza dei singoli elementi ma non la loro unione in un’unica particella.[ Nota: non individuavano elementi ma, molecole, per di più fornendo falsi positivi a iosa! Inoltre ci si riferiva ai residui organici dello sparo non a quelli inorganici Pb, Ba, Sb.]
Le moderne tecniche utilizzate nei laboratori della Scientifica permettono oggi di fare esami più accurati, che consentono di osservare frammenti piccolissimi e di darne anche la composizione “elementale”. Capire cioè di quali elementi è composta ogni singola particella. È grazie al microscopio elettronico a scansione, associato alla microanalisi a raggi X, che i tecnici della polizia possono effettuare l’analisi morfologica e chimico-fisica di oggetti più piccoli di un micron (millesimo di millimetro). Dopo aver prelevato il campione con lo Stub, sulla superficie del tampone viene sparato un fascio di elettroni che lo rende elettronicamente conduttore, ricoprendolo di carbonio. [Nota: il tampone in laboratorio viene metallizzato, ossia ricoperto di uno strato di carbonio per renderlo conducibile al fascio di elettroni. Non è il fascio di elettroni che ricopre di carbonio la superficie dello stub. Questo strato di carbonio svolge anche una funzione protettiva e quindi non permette a nessuna particella estranea di contaminare il prelievo. È la fase del prelievo quella più delicata ed inquinabile. ] In questo modo è possibile, spiega ancora Boffi, «effettuare il primo prelievo ma anche “congelare” la situazione per poi poter ripetere l’analisi tutte le volte che è necessario». 
Fine del testo di Boffi.

Un errore purtroppo il Collegio lo ha commesso condannando il Fontanesi per la detenzione di due caricatori per pistola che attualmente sono sicuramente detenibili senza denunzia. Il Collegio si è fidato di una sciocca sentenza della Cassazione la quale ha ignorato la direttiva Europea che un tempo elencava i caricatori fra le parti di arma e che poi, in considerazione che in alcuni paesi (ad esempio la Germania) erano già stati liberalizzati, li ha tolti dall’elenco. Ora sono liberi in tutta la Comunità europea e non può essere di certo la Cassazione ad inventarsi personali interpretazioni per restare attaccata come le cozze al passato ed ignorando che decine di migliaia di italiani sono dei deliquenti perché hanno cassettate di caricatori!

PS
In data 18 novembre 2015 la Corte D'Assise di Bologna ha confermato l'assoluzione.


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