Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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La giustizia e l'era dell'uccello

Il 15 febbraio 2015 il Corriere della Sera ha pubblicato l'articolo che segue a firma di Giuseppe Guastella:
Per quasi 5 anni 18 magistrati si sono occupati della morte di un piccione in un andirivieni di processi che è la dimostrazione lampante di come la giustizia italiana possa riuscire a perdere tempo pestando acqua in assurdi bizantinismi. E non è ancora finita. Tutto comincia il 6 giugno 2010 quando un avvocato di 50 anni si affaccia ad una finestra della sua villetta nella zona est di Milano e con un colpo di fucile ad aria compressa centra un piccione che cade morto nel cortile del palazzo a fianco. I vicini, secondo i quali da due anni l’avvocato sparava agli uccelli, chiamano i Carabinieri. Ai militari che bussano alla villetta si presenta un uomo «in palese stato di ebbrezza alcolica», scrivono nel verbale firmato in quattro, che dice di avere sparato perché anni prima suo figlio si era ammalato ed era «entrato in coma a causa di uno di questi volatili». Per rimuovere la carcassa dell’animale deve intervenire un mezzo speciale del Comune. Uccisione di animali con crudeltà e «getto pericoloso di cose» (il proiettile) in luogo privato di uso altrui, recita l’accusa formulata dal pm della Procura al gip Bruno Giordano, che quattro mesi e mezzo dopo il fatto emette un decreto penale condannando il reo confesso a ottomila euro di multa. L’imputato non ci sta, si oppone e chiede di essere giudicato con il rito abbreviato. Per quei reati la prescrizione è di cinque anni. I primi due vanno via ancor prima che il fascicolo arrivi sul tavolo del giudice Andrea Ghinetti che il 6 marzo 2012, su richiesta di un secondo pm, condanna l’avvocato a un mese e 20 giorni di arresto con la condizionale.
La cosa potrebbe finire qui, ma anche stavolta lo sparatore non si ferma e, avvalendosi di ogni suo diritto, fa appello perché, sostengono i suoi due difensori, le prove erano insufficienti, nessuno ha visto sparare, i Carabinieri non hanno «redatto un verbale per constatare lo stato del piccione» e, poi, chi l’ha detto che l’uccello è stato ucciso dal proiettile? Non potrebbe essere che si è fatto male da solo andando a sbattere contro un ramo? E «se fosse davvero morto per cause naturali?». E la confessione? «Inutilizzabile» perché resa senza la presenza di un avvocato. 
Il processo d’appello (tre giudici e un sostituto procuratore generale per l’accusa) l’ 8 ottobre 2012 conferma la condanna dopo aver analizzato il caso da capo a piedi. Neppure questo basta a far desistere gli avvocati che spostano la battaglia in Cassazione. La prescrizione continua a correre.
Bisognerà aspettare 16 mesi prima di sapere cosa 5 giudici della terza sezione penale rispondono al pm che, manco a dirlo, chiede la conferma della condanna. Gli ermellini approfondiscono anche loro il caso, quasi ci si appassionano. Vergano tre pagine di motivazioni che confermano come al solito la condanna. Ma attenzione, solo per l’uccisione dell’animale rimandando indietro la questione del «getto pericoloso» perché non era stata sufficientemente motivata dall’Appello. Si torna a Milano il 30 gennaio 2015, Corte d’appello, sezione quarta. Il ricordo del piccione continua a vivere solo nelle aule di giustizia. Tre giudici e il sostituto pg Gaetano Amato Santamaria, che con tutti gli altri che li hanno preceduti fanno la bellezza di 18 magistrati con i quali hanno lavorato qualche decina di cancellieri e impiegati, per l’ennesima volta analizzano la sorte dell’animale finendo perfino a disquisire se il «getto» potesse riguardare la caduta «del corpo stesso del piccione ferito e agonizzante precipitato tra le persone» e non il pallino che lo ha trapassato ad un’ala. Sentenza confermata di nuovo anche per il secondo reato. Ci vorrebbero 30 giorni per le motivazioni, ma il presidente Francesca Marcelli le deposita il 10 febbraio.
Il gong finale della prescrizione suonerà a giugno 2015, ma c’è ancora la possibilità di un ricorso in Cassazione: altri sei magistrati. Resta la condanna definitiva per il primo reato, ammesso che ci sia un magistrato dell’esecuzione che tra i fascicoli che gli sommergono l’ufficio abbia anche lui tempo da dedicare al povero piccione e al suo uccisore. 

È un episodio emblematico di come non funziona la giustizia e di come essa giri a vuoto. E la colpa principale è di quei giudici che chiaramente non pongono mai a se stessi la doverosa domanda "ma che c…. sto faccndo? È questo che la Giustizia mi chiede di fare?".
Non voglio far di erba un fascio, per rispetto ai molti giudici buoni che conosco, e perché anch'io sono stato giudice e qualche volta mi sono lasciato travolgere anch'io, e non posso dimenticare i tanti bravi colleghi che ci sono. Mi viene in mente la bella poesia tedesca di Ludwig Uhland, Der gute Kamerad (Il buon commilitone),  in cui l'autore, di fronte al corpo del compagno ferito dice "er liegt mir vor den  Füssen, als wär's ein Stück von mir" ), cioè  "egli giace davanti ai miei piedi come se fosse un pezzo di me"); e non devo dimenticare quelli che sono dei pezzi di me.

Il caso è quello di un avvocato accusato di aver sparato un piccione con una carabina ad aria compressa. Tra ricorsi, impugnazioni, appelli e altri riti pagani analoghi, il processo è giunto alla prescrizione e quindi sarà tutto lavori inutile, soldi buttati via, tempo sprecato per bazzecole.
Tra l’altro alla fine non si è ancora capito se l’imputato sia davvero responsabile e che reato gli andasse contestato.
Se davvero avesse ucciso il piccione senza un giustificato motivo, egli sarebbe responsabile di maltrattamento di animali, norma idiota che punisce lievemente il fatto di uccidere un piccione per mangiarselo e con pena draconiana chi lo uccide solo perché gli sconcia il balcone. Ma il fatto di sconciare i balconi altrui è comportamento proprio della specie di riferimento dello stesso così come ricostruito dalle scienze naturali, e quindi si maltratta il piccione facendolo desistere (frase ricavata da una sentenza della Cassazione la quale ha stabilito, in base alle personali esperienze di giudici, che un cane soffre orribilmente, e probabilmente deve andare dallo psicanalista, se viene indotto a compiere atti  sessuali su di una donna; non si sono posti il problema di atti compiuti su di un uomo da un cane gay, ma certamente era molto più spinoso). Purtroppo però subito dopo il delitto il cadavere è stato portato via mediante "apposito mezzo per la rimozione di carcasse animali" (le nostre amate leggi vietano assolutamente di raccoglierlo e cacciarlo in una spazzatura e quindi si comprano furgoni mortuati per uccelli invece che autoambulanze e si pagano autisti per compiere questo illuminato servizio, equiparato per importanza sociale a quello della Croce Rossa); ma nessuno si è preoccupato di stabilire come l'animale fosse morto. L’accusa era basata solo sulle voci dei vicini di casa, ancora sconvolti per il delitto.
Inoltre avvocato è stato accusato di getto pericoloso di cose per aver sparato i pallini al di fuori della sua villetta. Anche in questo caso però nessuno ha accertato che egli abbia sparato in condizioni tali da creare molestie ad altrissun pallino è stato trovato.
Quindi era un caso che qualunque persona con tre neuroni collegati in serie poteva risolvere in 30 secondi, archiviandolo. E in quei 30 secondi si poteva dedicare a giudicare un ladro, senz’altro più preoccupante per l’ordine pubblico.
All’esempio narrato dal Corriere della Sera posso aggiungere un altro appena giudicato dalla cassazione: un mezzo barbone, in provincia di Bolzano, veniva sorpreso a masturbarsi in treno. Denunziato veniva rapidamente condannato a molto tenue pena. La condanna veniva impugnata in corte d’appello la quale giustamente non dava molto peso alle dichiarazioni del difensore che il soggetto aveva disturbi psicologici, e la condanna veniva confermata. Il difensore faceva ricorso in cassazione e questa annullava la condanna dicendo che senza una perizia psichiatrica non si poteva applicare la giusta pena e rimandava il processo alla corte d’appello per fare la perizia; è del tutto probabile, se si riesce ad evitare la prescrizione che il processo torni un’altra volta in cassazione dopo aver speso un migliaio di euro per fare la perizia. Anche in questo caso una quindicina di giudici impegnati per una pippa!
In questo caso però la stupidità è tutta dalla parte del legislatore e non dei giudici; infatti il pippaiolo aveva diritto al gratuito patrocinio e perciò gli è stato nominato un difensore il quale in questo modo si porterà a casa cinque parcelle. Tenete conto che in un piccolo tribunale si riesce a spendere anche mezzo milione di euro all’anno solo per mantenere gli avvocati allo scopo di difendere imputati da pene che non sconteranno mai.
Ormai è sotto gli occhi di tutti che la giustizia quando gira, gira a vuoto. Cause civili che arrivano ad una sentenza quando ormai nessuno ha più interesse ad esse, processi penali che perdono anni per infliggere condanne che non verranno mai scontate, grandiose e costose inchieste che finiscono regolarmente in un pugno di mosche.
Ma la tendenza sopra vista della giustizia a preoccuparsi tanto degli uccelli, è veramente preoccupante! Veramente siamo entrati, come accadeva fra gli Incas, nell’era dell'uccello!
13 gennaio 2016

 


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